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VIOLENZE NEL MONDO DEL GIORNALISMO

2012-09-17 15:39 by elfa (letto 566 volte)
Il porco al lavoro, un blog, una storia. L'autrice è una giornalista professionista che si firma Olga e che fa la freelance. Il blog racconta una violenza sul lavoro. Un travaglio durato due anni....

OLGA, GIORNALISTA PROFESSIONISTA, RACCONTA IN UN BLOG LE VIOLENZE SUL LAVORO


Il porco al lavoro, un blog, una storia. L'autrice è una giornalista professionista che si firma Olga e che fa la freelance. Il blog racconta una violenza sul lavoro. Un travaglio durato due anni e mezzo, fatto di ricatti sessuali e mobbing. Le cose, quando accadono, non sono sempre facili da riconoscere. O da nominare. Olga quando ha incontrato il Porco al lavoro non ha trovato le parole adatte e ha subito in silenzio, senza riuscire a portarlo nell’aula di un tribunale e senza guadagnarsi la solidarietà dei colleghi e delle colleghe. Per seguire il blog: http://diariodelporcoallavoro.wordpress.com


D- Raccontare il dramma di una violenza sul lavoro, come nasce l'idea del blog " Il porco al lavoro"?

R- Nasce dalla mancanza di parole, dalla paura di non farcela, dalla voglia di condividere con “chi non sa e non vive direttamente” la mia esperienza. In Italia non si parla di violenza sul lavoro. E' un tema tabù.


D- Descrivi il mondo del giornalismo tra competizioni, ricatti, molestie, precarietà. Cosa significa per te essere giornalista? Come hai iniziato questa professione? Ti saresti mai aspettata una realtà come quella che ti è capitata?

R- Ho imparato che non sono una giornalista ma faccio la giornalista. Sono due cose diverse. Molte e molti “sono” giornalisti e non fanno altro che parlare di buchi dati, di scoop, di retroscena, di gossip, di un mondo che esiste soltanto sulle pagine dei giornali o nei servizi dei telegiornali. Il mondo, però, è altro. E loro, troppo spesso, se ne dimenticano. O non ne hanno nemmeno consapevolezza. Vivono credendo che la realtà sia formata dai lanci dell'Ansa.

Non mi sarei mai aspettata quello che è accaduto semplicemente perchè sono stata cresciuta da una famiglia che mi ha fatto credere che bastasse essere brava e mettercela tutta per “riuscire”. E invece, ora scopro che non è vero. Che, ad esempio, essere donna o uomo cambia le regole del gioco. Che è considerato normale che un capo ci provi. Che avere un pedrigree significa molto più di laurea, master, conoscenza delle lingue e tanta fatica. Che mantenersi con questo lavoro è un optional e soltanto chi ha le spalle coperte ce la può fare.

D'altra parte questo sistema non riguarda soltanto il giornalismo ma il mondo italiano del lavoro in generale. Non c'è una selezione meritocratica nelle professioni. Per questo molte e molti preferiscono andarsene in Paesi più civili.


D- Come hai trovato il coraggio di raccontare? C'è qualcuno che ti sta sostenendo?

R- Non lo chiamerei coraggio ma necessità. Ci sono un po' di persone che stanno seguendo il blog. Lo vedo dagli accessi nell'arco della giornata. Alcune commentano. Altre mi mandano messaggi di sostegno. Sono commossa. La rete mi ha accolta con un calore che non ho trovato altrove. E poi c'è Pietro Viola, autore di Alice senza niente. Il blog gli è piaciuto e mi sta dando una mano per farlo conoscere a più persone possibile.


D- Una tua riflessione sul vittimismo.

R- Chi vive una situazione di difficoltà e la racconta può passare per uno che si lamenta. Ma credo che questa sia una visione molto italiana. In altri Paesi i racconti dei casi di difficoltà vengono presi sul serio, senza cadere nel tranello del “fa la vittima” e "però è anche un po' colpa sua".

Per quanto riguarda ad esempio le narrazioni sul precariato: sono soprattutto le generazioni che ci hanno preceduto, quelle dei 50-60-70enni, a tacciarci di vittimismo. Perchè ammettere che noi “giovani” siamo in difficoltà significa che forse dovrebbero fare qualcosa per darci una mano. Loro dicono: se volete una cosa prendetevela, come abbiamo fatto noi. Senza considerare che i loro erano tempi diversi: erano anni di boom economico, l'economia girava, i sindacati contavano ancora qualcosa. Se loro danno i posti di lavoro ai loro amici, ai loro figli o nipoti come facciamo a prenderci quello che vogliamo? Se il curriculum non conta nulla, che cosa dobbiamo fare?

Inoltre, non capiscono che raccontare una situazione di difficoltà non significa essere statici e non reagire. Io reagisco, penso a un piano B e anche a un piano C. E come me moltissimi altri. Quegli oltre 100mila giovani che ogni anno lasciano il Paese non stanno forse reagendo?

Reagire, però, non mi impedisce di vivere, leggere e raccontare la realtà in cui sono immersa.


D- In una puntata del tuo blog scrivi: "E’ colpa mia se il direttore ci prova. E’ colpa mia se non ho un contratto. E’ colpa mia se non sono abbastanza brava da gestire la situazione a mio favore." Ti senti in qualche modo responsabile per la tua precarietà e per la situazione con il direttore?

R- Non so bene che cosa rispondere a questa domanda. Il concetto di colpa è complesso. Soprattutto se declinato in un contesto di violenza e sessualità italiano, dove non c'è il diritto aglosassone a garantire una certa legalità in materia di molestie e ricatti sul lavoro a sfondo sessuale.


D- Hai mai pensato di denunciare "Il porco al lavoro"?

R- Si ci ho pensato. Ma che prove ho? Bastano forse la registrazione di un invito a cena? Lui non è mai esplicito. La richiesta di scambio non è mai stata esplicitata: il tuo corpo in cambio di un contratto di lavoro. Non viene detto così. E io non sono ancora del tutto certa che sarà effettivamente così. Bisogna vedere come evolve la situazione.


D- Molti sono i giovani precari in Italia, pensi ci sia un modo concreto per uscire dalla crisi che attanaglia il mondo del lavoro? Che indicazioni daresti ai politici che governano il nostro paese?

R- Per uscire dalla crisi ci sono strade tracciate da economisti e politologi. Il Paese ha diverse risorse che potrebbe usare, anche tenendo conto del declino dell'industria. Pensiamo ad esempio al nostro patrimonio artistico che non viene sfruttato come si dovrebbe e potrebbe. Il problema è che si preferisce non risolvere i problemi. Si preferisce non toccare interessi e lobby, si preferisce la mafia alla legalità. Ritornare, ad esempio – se mai lo siamo stati – un Paese meritocratico sarebbe una buona base di partenza. Ma non so se accadrà mai.


D- Una tua riflessione sugli scoop giornalistici.

R- Sono un concetto giornalistico, appunto. Ho un amico freelance che è appena arrivato in Siria per raccontare la carneficina in atto. Ha scritto diversi libri sull'immigrazione, ha un blog sulle frontiere molto seguito, ha avuto diverse collaborazioni. Ma nessun giornale ha voluto finanziare il suo viaggio e il suo lavoro. E', come scrive sulla sua pagina Facebook, “inviato da nessuno perché “noi siamo concentrati su altro adesso” come mi ha scritto oggi uno dei più importanti settimanali italiani”. Certo, sono concentrati sul topless di Kate Middleton. Una notizia bomba, tanto da meritare interi articoli sui più importanti quotidiani nazionali. Ma per chi racconta una zona di guerra, rischia la vita e non ha pedigree, invece, non ci sono soldi. Non c'è scoop.

D- Sogni, speranze e ambizioni per il futuro.

R- Spero di riuscire ad avere un contratto. Di fare il mio lavoro al meglio. Di non essere costretta a emigrare per potere avere una vita dignitosa.


a cura di Michela Zanarella


 
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