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The Wolf of wall street - recensione

2014-01-23 11:04 by elfa (letto 332 volte)
Più che di lupo si potrebbe parlare di virus, che si propaga e si riproduce traendo la linfa dallo stesso organismo che ha infettato

Più che di lupo si potrebbe parlare di virus, che si propaga e si riproduce traendo la linfa dallo stesso organismo che ha infettato; oppure di una sconosciuta malattia autoimmune, ancora più difficile da debellare perché il rimedio (quello che dovrebbe esserlo) si trasforma nel nemico da combattere. Vittima e carnefice di se stesso è Jordan Belfort (Leonardo di Caprio), le cui limpide e ingenue intenzioni di arricchirsi onestamente diventando broker s'intorbidano subito, al primo pranzo di lavoro: una tra le scene più divertenti di tutto il film. Questa melma di sentimenti contrastanti si solidifica poi in un ammasso granitico di furbizia (molto spesso), intuizioni geniali (spesso), intelligenza (meno spesso). E di un'ambizione spropositata, che gli permette di passare in poco tempo da un garage senza nemmeno l'intonaco all'ultimo piano di un grattacielo al centro di New York. Il tutto è reso con le giuste proporzioni: maestosità grafica, una gioia per gli occhi, recitazione credibile ed empatica che amalgama prestazioni esilaranti (come l'ultima overdose di Jordan e del suo vice, interpretato da Jonah Hill) a momenti seri, pochi ma ben distribuiti. L'ironia e il paradosso, infatti, sono le chiavi di lettura di The Wolf of Wall Street, che rendono uno spettacolo di 180 minuti godibile come uno sketch comico o un'opera teatrale in un solo atto. La maestria della scrittura e della rappresentazione visiva, infatti, permette di prolungare l'attesa per la svolta drammaturgica successiva senza che si colga il peso del procrastinare. Spostare l'asticella sempre più in alto con il rischio, quasi sempre evitato, che lo spettatore non riesca più a superare l'ostacolo e sospenda la credulità. Un percorso che Scorsese e Di Caprio hanno già affrontato, per esempio, in Gangs of New York, convincendo senza riserve anche in quel caso. Se un punto debole si deve trovare in questo film, lo si può cercare nella figura dell'agente FBI che dà la caccia a Jordan: lo fa troppo di nascosto senza che il conflitto sia sfruttato in maniera così incisiva. È pur vero che ci sono tanti altri demoni che Belfort deve affrontare, ma resta il lieve rimpianto di una caccia più aperta tra il genio criminale e il giusto rancore dell'agente. Prescindendo dal fatto che, anche questa volta, si tratta di una storia adattata al quadrato, passata prima per la pagina scritta e poi per la cinepresa.


a cura di Paolo Ottomano

si ringrazia per la collaborazione

il portale Cinema4stelle.it

 
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