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The Fool - Warpaint 2010

2011-05-23 09:49 by elfa (letto 795 volte)
Lo dicono a chiare lettere: non esiste una Paradise City, sono un cumulo di feedback suburbano che s’innalza sopra tutte le nostre teste, ed ammalia, seduce, emoziona ad ogni ascolto.

Etichetta: Rough Trade
Prodotto da: Tom Biller


Credo proprio che il disco che vado a recensire possa riassumere e descrivere in maniera eccellente il vostro nuovo millennio: The Fool by Warpaint è un album di rara bellezza e talento. Infatti queste quattro ragazze californiane, incarnano perfettamente ciò che ha da offrire la L.fuckin’.

A dei sogni spezzati targati 2011, vestendosi di una vaga psichedelia immersa in fiumi di flanger e delay. E lo dicono a chiare lettere: non esiste una Paradise City, sono un cumulo di feedback suburbano che s’innalza sopra tutte le nostre teste, ed ammalia, seduce, emoziona ad ogni ascolto.

Ecco che mi sarebbe bastato ascoltare loro versione di Ashes to Ashes (contenuta in un tributo
vintage alla carriera del Duca Bianco), oppure l’ottimo materiale dell’esordio, Exquisite Corpse (2007), con un esortazione alla scoperta: dalla sperimentale Elephants fino alla melodia sensibile di Billie Holiday, per sentenziare con forza e coraggio la mia convinzione.

The Fool rappresenta il nuovo anno zero per la musica al femminile: niente cattive maniere, niente
trucco da zoccola, niente amarcord wave di genitori divorziati. Atmosfere “acquatiche”, “smooth” create rispettivamente dalla Jaguar di Emily Kokal e dalla Mustang di Theresa Wayman, per un kit che “smells like sonic-grunge”: eppure il valore aggiunto è il gioco di duetti vocali eterei, come un soul soffocato, dal forte retrogusto pop ma decisamente poco radiofonico. Ho sentito paragoni speciali verso Cocteau Twins o Banshees, probabilmente per l’aura art-wave generata dalle chitarre, ma in realtà è difficile trovare un metro di giudizio per qualcosa che suona buono come un alito fresco: è una band che mi sta esaltando molto, e la memoria va ai miei 16 anni, quando scoprii le Runaways e tutto quel che ne consegue ...

A completare il quartetto si presenta Jenny Lee Lindberg, decisamente molto più estroversa delle due front-women, e la sua stravaganza va di pari passo alla bravura, ascoltate come riesce a tessere
con il proprio basso armonie secche e sprezzanti, arricchendo di brio un sound saturo di etere; alla batteria Stella Mozgawa, che mantiene le percussioni calde senza mai scottarsi.

E come vero, che ogni grande album porta in seno un singolo indimenticabile, ecco che la magia di Undertow trasforma l’ossigeno in lucciole, reinventando il rock senza per forza doverlo rivoluzionare. La dinamica del brano che poggia sulla chitarra vacua della Wayman e dalla sovrapposizione di cori e reprise, che si sganciano dal cantato passionale della Kokal, crescendo fino al chorus dalla cadenza nirvaniana (mi ricorda a tratti Polly) confezionando un singolo soave, delicato ma senza zucchero. I testi sono struggenti e lividi ed impressionano per sobrietà e coscienza, riscrivendo i nostri sentimenti e rovesciando il concetto stesso di amore e d’amicizia: «Why you wanna blame me for your troubles? Ah ah ah you better learn your lesson yourself».

L’album tuttavia si apre con un uno-due da brividi, Set your arms down si scrolla di dosso una tensione enfantizzata dai balzi onirici di basso e chitarra, facendo impallidire d’invidia le band new- wave del passato, mentre Warpaint gira sibillina come il tamburo di una pistola pronta per lo sparo,
sbucciando un feedback affogato nella colla fluorescente e ripulito da liriche cristalline e da una
struttura anti-pop.
Se Shadows è il secondo razzo pronto per la rampa di lancio, grazie ad un acustico sussurrato ed immerso nel “groove” brevettato Warpaint, Baby confessa su carta tutta la vulnerabilità di una female-band sensibile e delicata, dalla timidezza della Kokal, alla malinconia della Wayman, passando per cori e sospiri ricchi di pathos: «Don’t you call anybody else baby, ’cause I’m your baby still».

Eppure fin qui, non ci sarebbero ragioni clamorose per elogiare così tanto un album, certamente sopra la media ma piuttosto lineare nella sua evoluzione ... beh, con Bees tutte le certezze che fin qui avevo elaborato, decadono in un battito digitale maculato e di un art-rock sferzante, vivo, che capovolge il concetto di armonia, per un brano allucinato e camaleontico. Allo stesso modo si prosegue con la funambolica Composure, aperta con timbro dicotomico dalla Lindberg come un esorcizzazione tribale, e con la sorella siamese Majesty intrisa di una pece “sonica” e di un basso gutturale e parlante da shoegaze.
La nona ed ultima traccia, chiude le danze con un lento pianoforte nel quale echeggia una voce che ricorda effettivamente le sirene di Elisabeth Frazer, Lissie’s Heart Murmur si spoglia e ci lascia intravedere l’anima cruda di queste ragazze, e mi fanno urlare il mio orgoglio femminile in tutte le lingue da me conosciute.
Sì, lo ammetto mi sono emozionata come non mai ad ascoltare questo disco, e per quanto possa essere esagerato il mio giudizio alieno (fregandomene delle critiche di chi camminando su due gambe, fa finta di saperla lunga), affermo con coraggio che questo è il miglior album del decennio
... «Better not to quench your thirst!»


HeartOfGlass

recensito da Camilla

 
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