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RECENSIONE SEZIONE CINEMA - SOMEWHERE

2010-09-20 10:02 by elfa (letto 612 volte)
Non è un film per il grande pubblico, quest??ltimo lavoro di Sofia Coppola. I tempi dilatati, i silenzi imbarazzanti, le lunghe scene senza dialoghi, le inquadrature fisse ed alienanti che hanno meritato..........





Non è un film per il grande pubblico, quest’ultimo lavoro di Sofia Coppola.

I tempi dilatati, i silenzi imbarazzanti, le lunghe scene senza dialoghi, le inquadrature fisse ed alienanti che hanno meritato il leone d’oro al Festival di Venezia di questa edizione potrebbero rendere Somewhere un po’ ostico, persino noioso, ai più.
E invece è un bellissimo film. Per più di un motivo.

Il Johnny Marco del titolo, attore dall’aspetto perennemente scomposto – come viene simbolicamente marcato in una scena – trascorre la sua vita fra serate in alberghi costosi e varie feste vip, gremite di attorucoli in cerca di consigli e belle ragazze disponibili ed ammiccanti.

Tutto appare un po’ squallido, quasi grottesco, in questa routine apatica ed insensata: massaggiatori nudi, agenti premurose e petulanti, prestazioni sessuali decadenti, una vita matrimoniale a pezzi.
Sarà la dolce e matura figlia undicenne di Johnny, intepretata da Elle Fanning (decisamente più simpatica della sorella maggiore Dakota), a ridare un senso di pienezza alla sua vita da star, lontano da goliardie alcoliche e lap dance portatili.

Il quarto lungometraggio di Sofia Coppola si inserisce perfettamente nel suo percorso, riprendendo temi cari alla regista e arricchendone i punti di vista.
Il rimando principale è al bellissimo Lost in translation, con quel Bill Murray stanco e invecchiato che sembra ora quasi una distopica versione futura dell’attore depresso di Stephen Dorff.
Ma c’è anche un richiamo al tormento adolescenziale sussurrato de Il giardino delle vergini suicide con Kirsten Dunst, della quale la Fanning jr sembra, al contempo, un’amara – ma ancora recuperabile - anticipazione.

L’elemento più interessante di tutta la pellicola, richiamato anche dalla sua chiusura a cerchio (l’automobile nel deserto che apre e chiude il film), è probabilmente la perfetta continuità tra il finale ed il titolo. Appena compare lo schermo nero dei titoli di coda, lo spettatore si figura immediatamente una precisa domanda.
Lì comprende che il titolo, sapientemente e criticamente, ne aveva fin dal principio anticipato la risposta.

E tutto comincia ad acquisire un senso più profondo e toccante.



Non è un film per il grande pubblico, quest’ultimo lavoro di Sofia Coppola.

I tempi dilatati, i silenzi imbarazzanti, le lunghe scene senza dialoghi, le inquadrature fisse ed alienanti che hanno meritato il leone d’oro al Festival di Venezia di questa edizione potrebbero rendere Somewhere un po’ ostico, persino noioso, ai più.
E invece è un bellissimo film. Per più di un motivo.

Il Johnny Marco del titolo, attore dall’aspetto perennemente scomposto – come viene simbolicamente marcato in una scena – trascorre la sua vita fra serate in alberghi costosi e varie feste vip, gremite di attorucoli in cerca di consigli e belle ragazze disponibili ed ammiccanti.

Tutto appare un po’ squallido, quasi grottesco, in questa routine apatica ed insensata: massaggiatori nudi, agenti premurose e petulanti, prestazioni sessuali decadenti, una vita matrimoniale a pezzi.
Sarà la dolce e matura figlia undicenne di Johnny, intepretata da Elle Fanning (decisamente più simpatica della sorella maggiore Dakota), a ridare un senso di pienezza alla sua vita da star, lontano da goliardie alcoliche e lap dance portatili.

Il quarto lungometraggio di Sofia Coppola si inserisce perfettamente nel suo percorso, riprendendo temi cari alla regista e arricchendone i punti di vista.
Il rimando principale è al bellissimo Lost in translation, con quel Bill Murray stanco e invecchiato che sembra ora quasi una distopica versione futura dell’attore depresso di Stephen Dorff.
Ma c’è anche un richiamo al tormento adolescenziale sussurrato de Il giardino delle vergini suicide con Kirsten Dunst, della quale la Fanning jr sembra, al contempo, un’amara – ma ancora recuperabile - anticipazione.

L’elemento più interessante di tutta la pellicola, richiamato anche dalla sua chiusura a cerchio (l’automobile nel deserto che apre e chiude il film), è probabilmente la perfetta continuità tra il finale ed il titolo. Appena compare lo schermo nero dei titoli di coda, lo spettatore si figura immediatamente una precisa domanda.
Lì comprende che il titolo, sapientemente e criticamente, ne aveva fin dal principio anticipato la risposta.

E tutto comincia ad acquisire un senso più profondo e toccante.



a cura di Gianluca Grisolia

REDAZIONE ELFA PROMOTIONS


 
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