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Recensione - L'ipnotista

2013-04-11 03:57 by elfa (letto 412 volte)
Lasse Hallstrom rimpatria. Ed era forse l'unico modo per scrollarsi di dosso l'etichetta unta di miele del regista di Chocolat, epitome della sua ascesa hollywoodiana.

Lasse Hallstrom rimpatria. Ed era forse l'unico modo per scrollarsi di dosso l'etichetta unta di miele del regista di Chocolat, epitome della sua ascesa hollywoodiana. Non che ce ne fosse strettamente bisogno: i quadretti naif sono risultati congeniali al buon Lasse, che ne ha fatto un uso discreto e accattivante. Però, evidentemente, era tempo di cambiare. E L'ipnotista è la virgola giusta per marcare lo stacco dai bagni di folla dell'età patinata. Tratto dal romanzo di Lars Kepler (alias Alexander e Alexandra Ahndoril), il film è un thriller benedetto dalla tradizione del genere: un rompicapo poliziesco intriso di brume nordiche, con la strage familiare di turno sottoposta al vaglio del solito commissario problematico e con l'aggiunta, interessante, di un ipnotista a riposo che dovrebbe spremere qualche indizio all'unico superstiste dell'eccidio e che finisce per mettere in pericolo la propria famiglia. Al di là del gioco di atmosfere, che oscillano tra la nitidezza del racconto e l'opacità tenebrosa delle digressioni psicologiche, L'ipnotista rivela una forma plausibile e ragionata, un'architettura narrativa che avvince lo spettatore. Utile, in questo senso, è lo sviluppo parallelo delle due vicende: quella del commissario Joona Linna che dipana il bandolo del delitto e quella dell'ipnotista Erik Maria Bark, alle prese con un matrimonio sfilacciato e con i fantasmi di una vita, figura gonfia di sottintesi, ambigua più che risolutiva. Hallstrom si allinea al filone giallo-mistery di ispirazione larssoniana che ha rivelato l'anima scura della Scandinavia, la propensione di tante penne nordiche a discettare di morti e segreti, l'adattabilità degli spazi e dei colori locali a trame intrise di sangue. La scelta di adattare un best seller per segnare il proprio rehab sul grande schermo e, allo stesso tempo, il recupero delle proprie origini, è stata sagace: Hallstrom si appoggia ad un buon giallo per esercitarsi con strutture e personaggi per lo più estranei al suo backgroud. Qualche residuo di descrittivismo rimane qua e là a fiaccare la tensione della storia. Ma, nel complesso, L'ipnotista svela un regista capace di malizie e crudeltà che non gli avremmo attribuito: uno svedese torbido come da nuovo stereotipo, che non disdegna la violenza e sguazza nei traumi dei malati contemporanei.


a cura di Elisa Lorenzini

Si ringrazia per la collaborazione 

il portale Cinema4stelle

 
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