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RECENSIONE - EPIC

2013-05-25 11:33 by elfa (letto 452 volte)
L'ultima opera in CG 3D del regista Chris Wedge e del suo staff, Blue Sky Studios, già realizzatori della saga de "L'era glaciale",

L'ultima opera in CG 3D del regista Chris Wedge e del suo staff, Blue Sky Studios, già realizzatori della saga de "L'era glaciale", torna a rievocare la favola d'avventura a sfondo ambientalista, passando però dalla declinazione delle ere evoluzionistiche al tempo mitologico. Per questo il conflitto delle forze della natura, che nel suo ciclo vitale di trasformazione non può che darsi in creazione, distruzione e ancora nuova genesi, in "Epic – il mondo segreto" viene antropomorfizzato secondo l'etica e l'estetica della tradizione più arcaica che canta di gesta leggendarie, di civiltà fantasmagoriche che si uniscono in eserciti per difendere o usurpare il dominio del regno in cui vivono. Dunque, premesso un mondo fatato di esseri microscopici, avremo i buoni da un lato, i Leafman, difensori della foresta al fianco della regina Tara, e i cattivi dall'altro, i Boggan, spietati devastatori; di tutti non si danno altre motivazione che non siano i valori innati di bontà, bellezza e coraggio per i primi, tenebre, malvagità e mostruosità per i secondi. La consueta dose di ironia demandata ai personaggi secondari, goffi e imprevedibili, completa la ricetta classica in cui trova spazio l'immancabile incipit sentimentale tra i protagonisti principali, i giovani eroi, che trovando in se stessi la volontà di affrontare e non sfuggire più le avversità, segneranno il fondamentale passaggio all'età adulta. D'obbligo, per quanto generica e non ostentata, anche la quota citazionista, che sostiene l'attenzione comune dell'eterogeneo pubblico di grandi e piccini. Lampante il richiamo al cult Disney di fine anni '80, "Tesoro mi si sono ristretti i ragazzi". La protagonista, Mary Katherine, non verrà materialmente rimpicciolita da una delle bizzarre invenzioni di suo padre, scienziato un po' strampalato, ma soffre parimenti per la disaffezione familiare dovuta proprio alle ossessioni paterne, che ha fatto dello studio dei minuscoli Leafman la sua unica missione di vita. Così come associabili allo stesso film sono le gag in cui M. K., una volta assunte magicamente le dimensioni ridotte dei Leafman, dovrà fuggire le effusioni del suo cane, che ora le appare come un gigantesco dinosauro, o dovrà cercare in tutti i modi di farsi vedere e aiutare dal padre dietro una lente di ingrandimento e chiaramente dopo lo svenimento di quest'ultimo alla vista di sua figlia grande quanto un insetto. M. K. si ritrova, dunque, come una novella Dorothy o Alice ( anche in questo nuovo "sottobosco" la figura del saggio è rappresentata da un bruco svogliato e svampito che, attraverso un bizzarra maieutica, cerca di condurre l'eroina alla presa di coscienza del proprio compito) chiamata a combattere una battaglia epocale in difesa di un mondo fantastico su cui incombono le tenebre del male. Nel remake dei cliché, in cui al messaggio ecologista si affianca lo slogan esistenziale "che qualcosa non si veda, non vuol dire che non ci sia" o "nessuno è solo. Siamo foglie legate allo stesso albero", tuttavia, è possibile ravvisare lo sviluppo di almeno un paio di temi meno abusati. In primis la questione della diversità e della distanza, nei termini di proporzioni fisiche, vissute agli antipodi dalle due specie di esseri viventi: M. K. e suo padre sono affascinati dalla leggiadria del mondo vegetale, mentre i piccoli abitanti della foresta, dai guerrieri a cavallo di colibrì alle chiocciole, ridicolizzano gli umani, la cui grandezza li rende goffi e incomprensibili. Se l'approccio e la conoscenza, tanto perseguite dallo scienziato, ma fino ad allora depistate dai guardiani della foresta, si rendono possibili solo tramite la magia della regina morente, che riduce M. K. della sua stessa misura, perché combatta letteralmente al loro fianco, sul lieto fine della vittoria sulle forze del male, la convivenza paritaria tra le due diverse forme di vita potrà avvenire di contro attraverso il prodigio tecnologico della comunicazione mediata da computer e webcam, in cui gli interlocutori, pur mantenendo le loro specifiche fattezze, superano reciprocamente le differenze di scala rientrando nella virtualità dell'immagine restituita dallo schermo. Ed infine, il valore degli insegnamenti, conservati nella memoria, sia individuale che collettiva, spesso sottovalutati nella semplicistica accezione di ricordi conclusi. Gli alberi sono per antonomasia simbolo di vita e di memoria, portando inscritti negli anelli del tronco le tracce delle età precedenti. Il saggio bruco Nim Galuu, è infatti il custode e l'interprete del grande archivio della foresta, dove di anello in anello si registra, cataloga e conserva tutto ciò che nella foresta accade, cercando con ciò di orientare l'azione nel presente in funzione del futuro. È qui che tutti i protagonisti impareranno che ogni più piccolo gesto incide sull'ecosistema, quindi sulla propria identità, contribuendo a costituire le condizioni di nascita di ogni nuova vita. Il prezioso bocciolo, che la regina Tara affida a M. K., quale simbolo del governo del regno, e pertanto bramato dai Boggan, è infatti la rappresentazione della neutralità della natura, che si perpetua incondizionatamente di nascita in nascita, contraddistinta solo dalla mutevolezza delle circostanze in cui viene alla vita, quasi mai semplicemente la luce o le tenebre, appunto, ma anche le ambigue zone d'ombra.


a cura di Carmen Albergo

Si ringrazia per la collaborazione

il portale Cinema4stelle

 
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