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Martina e l’angelo

2011-12-15 11:00 by elfa (letto 716 volte)

Cile; notte del colpo di Stato dei generali

11 settembre 1973


Il grosso camion che stava portando in salvo uno dei consiglieri di Allende con la sua famiglia, verso il confine con la Bolivia aveva viaggiato tra mille insidie per tutta la notte.

Al suo interno Martina, la figlia di nove anni, risvegliatasi s’accorse da una fessura del tetto del camion che si era fatto giorno.

Guardandosi attorno in quell’angusto angolo che era stato ricavato dietro le casse e gli imballaggi riuscì a distinguere suo padre seduto in terra con la testa ripiegata sulle braccia conserte. Indubbiamente aveva voluto restare sveglio ma poi era stato vinto dal sonno.

Felipe, il fratellino, dormiva abbracciato alla madre. Martina avrebbe dovuto odiarlo per quello che le aveva fatto: la sera prima le aveva nascosto la sua bambola e quando erano stati svegliati perché dovevano lasciare la casa e fuggire, Martina gli aveva chiesto disperata dove aveva messo la sua Isabelita. Lui non lo ricordava e aveva troppo sonno. Non c’era stato tempo per andarla a cercare perché c’erano cose più necessarie da raccogliere e portare dietro.

Avrebbe voluto strozzarlo, ma ora più che adirata con lui era in pena per la sua bambola preferita. Aveva sentito i grandi parlare di democrazia calpestata dai militari e vedeva la sua Isabelita in terra schiacciata dalle scarpe infangate dei soldati. I suoi occhi si riempirono di lacrime.

Il camion aveva cominciato a traballare paurosamente: doveva aver lasciato la strada asfaltata per imboccare un sentiero accidentato. Martina aveva paura che qualche cassa le venisse addosso e tirò un sospiro di sollievo quando sentì l’automezzo arrestare la sua corsa.

S’aprì il portellone e uno dei due uomini del camion era salito e stava spostando le casse per permettere a loro di uscire. Suo padre era scattato in piedi , mentre la madre aveva il suo da fare per svegliare Felipe. Anche l’altro uomo, quello che aveva guidato, era salito e s’avvicinò per aiutarli a scendere e raccogliere gli zaini e le borse.

Scesa in terra, Martina si avvicinò alla madre, le chiese qualcosa all’orecchio e avuto l’assenso corse dietro un cespuglio. Quando ritornò, l’uomo che aveva guidato stava dicendo al padre di Martina che dovevano attendere lì chi li avrebbe condotti in salvo. Dovevano nascondersi tra le piante e tenere sempre d’occhio un grosso tronco abbattuto. Sarebbe arrivato un uomo con i muli, si sarebbe tolto il berretto per asciugarsi il sudore, quindi se lo sarebbe rimesso e avrebbe girato per tre volte la visiera. Solo allora dovevano rivelare la loro presenza. L’uomo mostrava una grande deferenza verso il consigliere di Allende che l’abbracciò. Prima di allontanarsi i due uomini gridarono “Que viva Chile!”

Ma non arrivò nessuno. Indubbiamente chi doveva venire a salvarli e guidarli a dorso di mulo oltre il confine era stato fermato e arrestato dai militari. L’attesa durò tre giorni e il padre di Martina non sapeva che fare: se fossero usciti allo scoperto sarebbero sicuramente finiti nelle mani dei militari che stavano perlustrando la zona anche con gli elicotteri, ma le poche provviste che erano riusciti a portarsi dietro si erano ormai esaurite. E poi c’era la notte terrificante e fredda.

Nella mattina del terzo giorno, mentre Martina guardava terrorizzata un’iguana sbucata all’improvviso, ecco apparire un chico più o meno della sua stessa età che la tranquillizzò assicurando che l’animale non le avrebbe fatto niente di male. Disse che si chiamava Manuel e che era in grado di guidarli dove avrebbero trovato chi poteva aiutarli.

Camminarono per diverse ore, lungo un percorso accidentato tra piante e arbusti. Stando vicino a Martina, Manuel l’aiutava a superare i punti più ardui e pericolosi. Si era accorto che la bambina era piuttosto impaurita per dover camminare nella fitta boscaglia e trasaliva al minimi rumore. Cercò di convincerla di non temere in quanto “la natura e buona e grande essendo la figlia più devota di Dio che è immenso e grande”

Timidamente Martina accennò ai fulmini, ai tornado, agli straripamenti dei fiumi e alla furia dei vulcani.

- Certo - ammise Manuel - alle volte può mostrarsi severa verso chi non la rispetta, così come severo e giusto è il Signore che giudica senza misericordia chi non è misericordioso.


Finalmente giunsero nelle vicinanze di un piccolo villaggio costituito da poche case. Manuel indicò una costruzione dall’intonaco rosa e li salutò. A Martina dispiaceva separarsi da lui e mentre si avviavano verso la casa che lui aveva indicato, si voltò più volte per salutarlo.

Nella casa in effetti trovarono gente disposta a rifocillarli e a guidarli oltre il confine ma Martina fu colpita da una foto di Manuel davanti alla quale era posto un vasetto con fiori freschi e un lumicino acceso. Venne così a sapere che il chico che li aveva guidati era il loro figliolo morto da cinque anni.

Quella rivelazione colpì Marina che non riusciva a staccare gli occhi da quella foto.


Aveva conosciuto un Angelo, aveva parlato con lui e l’aveva tenuta per mano. Non l’avrebbe mai dimenticato ed era sicura che lui non l’avrebbe mai abbandonata.

Anche se sicuramente non avrebbe più avuto modo di vederlo, lui le sarebbe stato vicino e lei avrebbe avvertito la sua presenza e si sarebbe sentita protetta dal suo Angelo: un angelo chiamato Manuel.


di Jean Claude Riviere

REDAZIONE ELFA Promotions


 
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