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La vedova ( I° cap.)

2013-05-15 01:55 by Gabriele Prignano (letto 459 volte)

 

Certe giornate si presentano decisamente male. Nere come la notte.

Quel mattino Rosa si era svegliata proprio così. Appariva a lei stessa né più né meno che una pazza scatenata. Doveva aver combattuto un’aspra, dura battaglia col suo cuscino, durante la notte. E ora guardandosi allo specchio vedeva con raccapriccio i suoi occhi sbarrati, i capelli arruffati, il viso slavato e le guance tremolanti.

<> pensò, ritraendosi, angosciata. E infilando i piedi nelle pantofole, si sentì improvvisamente addosso una gran voglia di mettersi ad urlare. Ma con chi? E perché? Dove?

Naturalmente non nel chiuso della sua casa: chi ti fila, chi ti sente? e a che serve, poi? Semmai  - pensava -  affacciata alla finestra, per farsi vedere da tutti. Per farsi sentire da tutti.

A questo pensava, perché gli anni che passano fanno sempre paura. Alle belle donne, soprattutto.

E, invece, più tardi, il solito miracolo: una buona doccia, una bella spazzolata ai capelli, un po’ di rossetto, una spruzzatina di profumo le restituirono l’invocata serenità. Diciamo, piuttosto, rassegnazione. Quel tanto che le parve sufficiente, però, per affrontare pacatamente il suo consueto calvario mattutino: lavaggio, stiratura, spesa, cucina e pulizie. Poggiò, alla fine, un ginocchio sul divano e, quindi, vi si allungò con un lungo sospiro di sollievo.

<> pensò. E, intanto, fissava il bianco-sporco del soffitto della vecchia casa di Pianto Grosso, dove si era illusa di trovare rifugio dopo l’improvvisa scomparsa del marito, lontana da beghe e pettegolezzi dei suoi rissosi parenti napoletani.

Peggio di prima, invece! Intanto, per cominciare, bisognava chiamare quanto prima un imbianchino, e non solo per il soffitto, un idraulico, perché la doccia cadeva a pezzi, un tecnico che riuscisse a fare funzionare l’impianto di riscaldamento. E non ne aveva per niente voglia, purtroppo.

Non voleva assolutamente né vedere né parlare con nessuno! Nessuno doveva mettere piede in casa sua, almeno stamattina!

Il pavimento, poi! Venuto via lo smalto, raschiato da una mandria di scarpe che l’aveva percorso nei secoli dei secoli, faceva venire alla luce i tesori dell’immaginazione: fantasie bizzarre, imprevedibili, figure o fantasmi  in ampia veste scura che si abbracciavano, combinavano, si scontravano o sfaldavano come anime infernali.

Di nuovo sospirò  -un lungo, liberatorio sospiro! -  Poi, indolentemente, si rigirò, stendendosi in tutta la lunghezza del sul corpo sul divano. E, col viso verso terra, un acre odore di acqua saponata colpì le sue narici: segno di un lavoro egregiamente eseguito,ma anche di una rabbia smaltita a furia di tremendi colpi di scopa e di irosi disinfettanti.

Ogni mattina, puntualmente, Rosa eseguiva le pulizie della casa come un rito, con stanchezza e con senso del dovere, spalancando le finestre all’aria fresca, alla luce, al vento che, irrompendo da padrone, sbatteva porte, sollevava quadri, faceva ondeggiare lampadari e le frange dorate della coperta di raso che si era portata con sé, da Napoli, devotamente.

E, impetuoso come quel vento primaverile e altrettanto inatteso e sgradito, fece improvvisamente il suo ingresso il solito rompiscatole lagnoso e bavoso: Gaetano Finamore.

Poteva avere si e no quarant’anni, ma ne dimostrava parecchi di più. Era sciancato, -  cionco  -  diceva Rosa. Sudicio e rozzo,  gestiva una salumeria, sozza quanto lui, ma anche l’unica esistente a Pianto Grosso. E quel mattino le portava un insolito dono: uova e fagioli, il tutto avvolto nella carta di un vecchio giornale, naturalmente sozzo anche questo.

<>

<>  fece lei, canzonatoria  <>

<  ripeté lui. Quindi, deposto il pacchetto sul tavolo, si mise a sedere sul divano, accanto a lei. Il divano ebbe un sussulto, scuotendola.

<>  pensava lei, frattanto  <> Sarebbe una bella soddisfazione, dopotutto, sentirselo dire chiaramente e senza paura, a viso aperto almeno una volta nella vita. E allora glielo farei credere  - a questa mummia o ad un altro, non importa. Me lo giostrerei, mi ci divertirei un po’ anch’io, dai! Lasciarlo con tanto di naso e guardarlo fisso in faccia, facendo la scema, si, fingendo di non aver capito. E’ possibile che una donna non capisca? Ma si, certo: non afferra il senso. E’ forse proibito non capire? No, non lo è. E allora? Peggio per te, bello mio. Ora sei nelle mie mani e ti cucino io. Ti porto a credere di poter osare, fare e disfare a tuo piacimento, entrare, uscire, saltare, ballare, scopare. E poi, appena ti avvicini e alzi la mano, ti arriva improvvisamente una tempesta di pugni in piena faccia. Si, proprio lì: sotto gli occhi e sopra il tuo bel nasino. Oddio, mi viene da ridere, guarda!  Basta! Mica sono nata ieri, io: ne ho trentotto suonati, ma guarda bene, però,  come sono! Mettimi a confronto con una ragazzina di oggi: nuda lei, nuda io. Te ne accorgeresti subito che io sono esattamente come mi vedi e che magagne da nascondere non ne ho per niente, cavolo! E poi il cuore, la forza, il coraggio, dove li metti? Sarebbero capaci, loro, di lasciare baracche e burattini da un giorno all’altro, così, proprio come ho fatto io, per cercare di farsi una vita nuova, lontane da casa, dalla loro terra, in un posto sconosciuto, lontano, abbandonato, mai visto né sentito prima? Ecco, io ho lasciato il certo per l’incerto, ce l’ho avuto il coraggio, io,  e purtroppo mi ritrovo ora sola, in un posto come questo, che si chiama Pianto Grosso, tra discariche e inceneritori e tanta gente che nemmeno ti saluta, perché non sa chi tu sia e da dove tu venga.

Napoli, logico, è cento volte meglio, ma io dovevo, e non ci ho mica pensato tanto! Concluso alla svelta: venduto le quattro proprietà che mi ha lasciato il marito, incassato, comprato questo schifo di casa e subito trasferita. E ora eccomi qui! Bell’affare, a pensarci, però! Qui si vive in mezzo alla sterpaglia, non c’è niente di niente, quattro gatti chiusi quasi sempre in casa e se non fosse per qualche anima innocente che almeno ti regala un sorriso, starei fresca, ma davvero fresca, cavolo! Bé, ormai è fatta, inutile pensarci e ripensarci! Però, questo succede quando si fanno le cose fritte e mangiate, per paura che qualcuno ti strappi tutto dalle mani. Già! Ma onestamente, in fondo perché tanta fretta? Per sfuggire ai parenti, che immaginano che il marito ti abbia lasciato ville e castelli: chissà dove, poi!E ora ecco come mi ritrovo e chi mi viene accanto: Gaetano! Ma che vuole, che cerca, questo? E perché mi sta sempre tra i piedi. Boh, voglio proprio sentirlo, capirlo. Vediamo!

Si rigirò di nuovo, mettendosi a pancia in su, e lo fissò in viso: sembrava, anzi era davvero una mummia!

<>

Lui ripeté con un lieve tono di rimprovero, indicando il dono, frattanto deposto sul tavolo:

<> E fece uno strano gesto del capo, sorridendo misteriosamente. Un aspro odore di cipolle esalò dalla sua bocca in rovina.

<>  disse  <>

Qualche merito certamente  -pensava intanto lei -  ce l’avevano anche i fagioli: avevano nutrito e allevato intere generazioni di napoletani. Ne avevano assicurata la sopravvivenza durante gli interminabili giorni di fame e di miseria. Ma ci avevano anche qualche difettuccio, eccome! Avevano contribuito, con le loro chiacchierate virtù, a un incremento demografico davvero sproporzionato, per non dire folle.

Odiava il fagiolo, per la verità. O, meglio, il fasulo soprattutto per quel suo suono antipatico e per quella sua rima spudorata. Lo rifiutava e basta! Qui, a Roma, per esempio, sono più cauti, più signori: dicono fasciòlo: termine insinuante, certo, ma non aggressivo, non volgare, ecco!

La guerra! I fascisti, i tedeschi, gli americani! Tutti addosso a noi, cavolo! E ne hanno sprecate di bombe e di cannonate, sia gli uni che gli altri! Che stronzi, però! Per far fuori i napoletani, questa rara, stupenda razza unica al mondo per umanità e capacità, non basta ammazzarne mille o centomila, negare loro il pane e bombardarli, ci vuole ben altro, cavolo: studiarli, capirli, riuscire a leggere nei loro cuori, a entrare tra le pieghe delle loro parole, mai isolate, sempre tutte assieme, praticamente un fiume sempre in piena, capace di abbattere o scavalcare i più robusti argini, fatti di ferro o di cemento armato, non importa.

Se per caso  - poniamo -  si riuscisse a bruciare le radici di cipolle e fagioli, a far nascere maiali senza piedi, a far sparire pasta e panzarotti, a vietare la vendita di budella, grassi e frattaglie, allora si che ci potresti sperare, forse: in ginocchio li metteresti e allora forse li vedresti strusciare a terra senza forza, cadere come mosche, rimanere stecchiti a migliaia ogni giorno sulla strada, sui marciapiedi, davanti ai negozi, sull’uscio di casa. Troppa gente in circolazione, verissimo, non lo nego. Troppe ossa scricchiolanti in via Partenope, al Vomero, in via Roma e ancora di più nei vicoli stretti e bui della città. E lavoro non ce n’è e il pane per tutti lo vedi, si, ma solo col cannocchiale. Che fai, allora? Ci piangi su, d’accordo: e risolvi? Ti tassano persino l’aria per respirare. E allora tocca decidere, trovare una soluzione, no? Non si può continuare a stare sopra il milione di individui e continuare a genuflettersi di fronte a quattro cani che continuano a spolparti come fossi un pollo. Tocca calare di numero, e di parecchio! E allora? Ecco, fossi io al governo, come prima cosa farei, cosa direi: proibito tassativamente d’ora in poi nascere, se si è poveri. Difficile? No. Basta dividere i letti, proibire gli incontri, mica si muore, se non si fa l’amore, no? Però, purtroppo, io non conto niente e non è ancora nato nemmeno chi riesce a fare qualcosa di serio per i poveri cristi. Riservare, per esempio, agevolazioni speciali e sconti, magari anche una tantum ai moribondi perché si decidano ad andar via al più presto. Incentivare le  partenze volontarie. Si potrebbe addirittura pattuire: ogni tre morti una nascita, e non all’opposto come accade. Eeeh, ma che ho, che mi succede, stamattina? Ma certo, tutto deve migliorare, tutto deve essere rifatto, ma quanto tempo ci vorrà? Una vita? un secolo? Un millennio? O non basta? Ma, francamente, chi è in grado oggi di  dirti cosa accadrà domani e se accadrà? Nessuno, io credo. Una rivoluzione certamente ci vuole, ma, per carità, niente spari e niente cannonate: ne abbiamo già subite abbastanza, noi napoletani, o sbaglio? Semmai, ecco, io spruzzerei, innaffierei, disinfetterei, questo si, questo potrebbe essere utile, servirebbe a qualcosa! E stavolta davvero tutti in trincea, anche io, sissignori, anche se non sono una poveraccia, io, non mi tiro mai indietro quando si tratta di far pulizia e disinfestazione, perché sono stanca di vedere crepare la gente davanti ai miei occhi.

Finalmente stanca di rimuginare, Rosa lanciò un’occhiata al povero Gaetano, che frattanto piano piano le si era fatto ancora più vicino. E disse:

<  Dai, coraggio, toglimi le mani di dosso!>>

Per niente intimorito dalle parole della vedova, Gaetano, anzi, sorrise e mosse una mano, come per accarezzarla. Rosa ebbe uno scatto rabbioso.

< toccarmi, se no finisce male, eh!>>

Poi, meno crudele:

<> aggiunse  <>

Lanciò poi di nuovo un’occhiata al regalino di Gaetano: le parve che sprigionasse lo stesso odore di quest’uomo! E poi  - pensò -  cosa rappresenteranno mai quattro fagioli nella testa di Gaetano:il prezzo di un amore? quattro soldi di carità e di tentazione? Ma va’!

Si mise a sedere e gli poggiò una mano sulla spalla: la pietà o, forse, la pigrizia le suggerì di non andare oltre.

<> disse solo  <>

Si levò e, lentamente, andò a sedersi al pianoforte: forse un paio di canzoni potevano bastare a consolare lui e a restituire a lei un pizzico di allegria. Non se lo sentiva già, per caso, stamattina, svegliandosi, che questa sarebbe stata una giornata coi fiocchi? E allora?

Cominciarono così a librarsi nell’aria le prime note di O campagnola bella. Per evitare di farsi sopraffare  all’emozione  dall’emozione, Gaetano frattanto aveva pensato bene di inghiottire un paio di uova fresche, sottraendole al pacchetto ancora malinconicamente abbandonato sul tavolo. Rosa continuava a suonare e a canticchiare, seguendo il ritmo con lenti movimenti della testa, ma, infastidita dagli strani mugolii dietro le sue spalle, si voltò di scatto a fissare l’uomo, che continuava a deglutire rumorosamente.

<> gli gridò  <>

Fu improvvisamente colta da un sospetto: aveva un conto aperto, giù al negozio di quest’uomo. Che sia venuto solo per chiederle di saldarlo?

<> gli disse, allora  <>

Per nulla soddisfatta, però, dei mille gesti di sorpresa e di sottomissione, coi quali Gaetano credeva di potersi scusare, Rosa decise finalmente di indirizzare la sua furia verso un obiettivo più consistente. Altro che Gaetano, infatti: robetta da niente rispetto all’altro!

Cosa contava un pover’uomo come lui, in fondo? Erano, invece, le mille voci anonime di Pianto Grosso a ferirla, a prostrarla: chiacchiere, calunnie, insinuazioni e pettegolezzi vari. Fatti giornalieri, inventati dal nulla, che le arrivavano dritto al cuore, brucianti come schioppettate. E lo sapeva benissimo, d’altra parte, che la gente in strada, qui, circola poco: ma gli altri? Dietro le persiane, sempre chiuse, a spiare, ma mica solo lei, chiunque sorridesse o strizzasse un occhio, o indossasse una gonna o un vestito particolare. Pronti tutti a ficcare il naso negli affari di tutti. E lei ne era sconvolta, perché, fra tutti, si considerava la più debole, la più esposta.

Più volte aveva deciso di non curarsene, fingere di non vedere e non sentire e tirare avanti per la sua strada. Ma non ne era capace. Pensò, poi, che sarebbe stata un’impresa fin troppo facile prendersela con chi, come Gaetano, si mostrava anche più debole e indifeso di lei. Ci fosse stato al suo posto quell’altro, invece!!! Quel bel fichetto, come lo chiamava lei, che aveva saputo colpire e raggirarla cosi bene, almeno! Ecco: l’avrebbe trovato, lei, la forza e il coraggio di fiatare di fronte a lui?

Il raffronto involontario finì per avvilirla del tutto.

<>

Il tono parve a lei stessa esagerato, persino commosso, e ciò finì di nuovo per irritarla: ma dove mai era finita la sua testa, stamattina?  - pensò. E poi, a lui:

<>

Il discorso era, mentalmente, rivolto all’altro.

<Nessuno, ho detto. Chiaro, no?>>

Le tornavano, invece, in mente certe carezze, certi sorrisi, certi abbandoni! La bugia, fin troppo evidente, la costrinse ad arrossire.

<>

Per un momento provò ad immaginare la gelosia della moglie di Gaetano: di un uomo, cioè, che anche i cani si sarebbero rifiutati di annusare. E subito dopo pensò che la gelosia era solo un parto della sua immaginazione: aveva tanto sofferto negli ultimi tempi, a causa di certe umiliazioni! Troppo, per potersi sentire serena, equilibrata.

Di nuovo si mise a sedere sul divano e, di nuovo, vi si allungò. Abbracciando, stringendo forte sotto di sé il cuscino, si abbandonò finalmente al pianto. Era da tempo che aspettava questo sfogo, ora soltanto un po’ più convulso, più amaro di quanto si aspettasse.

Gaetano, da quel brav’uomo che era, si affrettò solo allora a svignarsela.


 
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