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La vedova, capitolo III

2013-06-20 00:56 by Gabriele Prignano (letto 269 volte)
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                                     III

 

 

Il giorno dopo l’aria e il sole di una ineguagliabile mattinata romana contribuirono non poco a rasserenare la vedova. Alle nove, puntuale come sempre, Rosa Cutilli consumò con la consueta voracità il solito cappuccino e la solita Brioche, tranquillamente seduta in cucina, e poi finalmente decise di immergersi nella vasca, già piena di un’invitante acqua azzurra e schiuma bianca. Il rito ebbe inizio nel profondo silenzio della sua casa solitaria e con la porta del bagno chiusa a chiave, come fosse possibile a qualcuno apparire improvvisamente nel vano della porta e magari sorriderle, compiaciuto e ammiccante. I vestiti, freschi di bucato, erano stati accuratamente ripiegati e deposti sulla vecchia sedia di paglia; l’acqua, mossa da una mano lieve e pensosa, cominciò a fare sentire la sua breve melodia e la schiuma a scivolare lentamente lungo la sua schiena. Ma nessuno mai bussò alla sua porta.

<<Ah, no!>> pensò  <<per nessun motivo al mondo cambierei questa mia vita. Si sta davvero molto bene da sole, perché mai rovinarsi la vita? Ora puoi fare tutto quello che ti va di fare e non hai nessuno tra i piedi a comandarti, a dirti questo si, quell’altro no!>>

Niente, però! Né il confortante tepore che avvolgeva il suo corpo né il suono lieve dell’acqua  - quasi un sussurro, quasi un parola di conforto -  riuscirono a esorcizzare i cattivi pensieri che a stormi cominciavano a svolazzare sinistramente nella sua povera testa. E fu così che le apparve Riccardo, come fosse lì da sempre a guardarla, in piedi, accanto a lei, sorridente e indulgente come non mai.

<<Beh>>  pensò allora di dovergli dire  <<aspetta che finisca, che mi vesta, insomma, no? E poi ne parliamo. Ah, ne abbiamo di cose da dirci noi due, vero? Mi capisci?>>

Crollò, poi, le spalle, quasi compiacendosi di essere capace di immaginarsi così diretta, così chiara. Si asciugò, quindi, il mento su di una spalla, con una smorfia che a lei stessa, oltre che goffa, apparve subito come un segno di scoramento.

La mano, passata insistentemente e distrattamente sul seno finì per procurarle una strana eccitazione, durata appena un secondo: il tempo sufficiente perché le tornasse in mente il pensiero di un amore deludente e per consentire a una mammella di affacciarsi incuriosita, scivolando tra le pieghe di un accappatoio distratto e burlone. Ricordò come chiamava lui quelle cose. Aveva dato loro un bel nome, che a lei piaceva molto: le chiamava grazia di dio. E questo bastava perché lei cedesse e perché si abbandonasse docilmente tra le sue braccia.

Grazia di Dio!

E ora la visione di quella grazia tornava ad intenerirla, a struggerla. Potenza della parola! Potenza di una voce flebile, gioiosa, amorosa! Dal suo corpo immenso, dal seno, spudoratamente nudo, dalle braccia che ora disegnavano come una soffice corona attorno al suo capo si sprigionava come un profumo di fiori freschi: ed era esattamente quello il momento in cui qualsiasi uomo sarebbe crollato, vinto e stremato per sempre ai suoi piedi, quella l’immagine della seduzione: occhi, bocca, guance, labbra!

<<Ma lui, però è scemo. Non capisce! Scappa, poi!>>  pensò, stizzita  <<E io, allora, cosa dovrei fare? Gridare: no, no, no, a posto le mani, tu? O castigarlo? O trovarmene un altro?>>

Le sue mani si arrestarono improvvisamente tra i capelli: quel pensiero, infatti, non le apparve per niente nuovo e lo sapeva benissimo, d’altra parte. Quante volte si era detto e ripetuto che quella storia non andava, che non aveva un futuro, che doveva finire e basta, che non poteva né doveva permettersi un secondo errore? E quante volte, poi, aveva fatto marcia indietro, senza pentirsene e senza vergognarsene?

Inutile girarci attorno: quel maledetto ricordo, il ricordo di un uomo che poteva o doveva essere l’uomo, il suo uomo, pareva a volte allontanarsi o sparire, come per un lungo viaggio senza ritorno, si ripresentava, invece, puntualmente e dispettosamente, davanti ai suoi occhi, su e giù, come andasse a passeggio. Si sfogasse, dunque, ora, urlasse, si strappasse i capelli, tanto lo sapeva benissimo, l’aveva sempre saputo che non ce l’avrebbe mai fatta, non avrebbe mai vinto. Hai voglia di pensare: <<Già! di torti ne hai ricevuti abbastanza, fin troppo, credo. E ora basta, no? Sono mica da buttare via, poi, se voglio, potrei anche scegliere: ne ho un esercito di uomini dietro, che sbavano per me.>> Certi suoi comportamenti sono francamente inaccettabili, strani: un modo di parlare non certo raffinato, per esempio. E poi certe pretese. E poi, una volta, addirittura la mano alzata davanti al suo naso, come per volerla schiaffeggiare: intendeva solo scherzare, certo, questo l’aveva capito benissimo, ci mancherebbe! Ma non doveva. Non doveva assolutamente farlo: lo conosceva benissimo anche lui quel suo bruttissimo passato, no? E allora? Perché scherzava? Perché la costringeva a ricordare e a piangere? Doveva, dunque, allontanarlo, dimenticarlo, chiudere per sempre quella brutta storia e non se ne parla più. Eppure non le riusciva di dimenticare quel gesto. Anzi! Lo spingeva lontano da lei e stranamente in quel periodo sentiva di non amarlo più, di poterlo facilmente dimenticare, assegnargli un posto molto lontano dal suo cuore. Erano la nausea e la noia ad occupare il posto dell’amore. Solo per un breve periodo, purtroppo, e poi tutto tornava ordinatamente come prima, perché a volte l’amore è realmente indistruttibile. Può darti la sensazione di averti voltato le spalle, di essersene andato. E, invece, si è semplicemente nascosto per saltare improvvisamente fuori un bel mattino di Primavera, o in un tedioso pomeriggio invernale, quando fuori piove e tu sei sola in casa, in compagnia dei tuoi soli pensieri.

 

 

 

Si voltò. Era, ora, nella camera da letto e gettò un’occhiata allo specchio, posto appunto da lui in un angolo della stanza, certamente non a caso. E pensò che era maledettamente vero che anche le piccole cose finiscono per ricordarti ciò che vorresti dimenticare. Lo specchio aveva forma ovale, era enorme e si reggeva su un piedistallo in mogano scuro. Poteva, quindi, guardarsi tutta: viso tonde, mascelle quadrate, naso leggermente all’insù, fronte ampia e priva di rughe. Beh, si disse, non sono mica da buttare via, no! E sorrise. Ma parve a lei stessa una smorfia, per la verità, più che un sorriso. Guardò, infatti, le orecchie nude, che i capelli ancora bagnati scoprivano, facendole apparire leggermente sproporzionate, forse persino buffe. Ma era un dettaglio, però, si disse. E si affrettò a chiudere gli occhi. Ma la sensazione sgradevole rimase.

Fortunatamente l’arrivo di Concetta pose fine alle sue fantasticherie: la donna veniva, però, non certo per confortarla, ma per farle le solite prediche.

<<E’ un mortorio ‘sto paese, signo’! Come si chiama: Pianto Grosso? Giusto! Il nome gli sta bene, perché qua tutto è veramente un pianto: solo mosche e zanzare si vedono! E la gente sembra aver perso la lingua, tutte mummie in giro, manco ti guardano, manco alzano una mano per salutarti. Ma dove mi avete portata, dico? Altro che Roma e Roma: è un cimitero, questo!>>

E, incurante dell’espressione di sorridente disgusto dipinta sul volto della vedova:
<<Però ormai è fatta, ci sono cascata anche io.>> continuò  <<Non pensiamoci più e, piuttosto cerchiamo di parlarci a quattr’occhi, io e voi, col cuore in mano. Cerchiamo finalmente di capirci!>>

L’invocazione, accompagnata da un gesto allarmante delle mani, preludeva certamente ad una serie più o meno lunga di rimproveri e di richieste. Rosa, però, nel suo particolare stato di grazia, faceva del suo meglio per evitare di sbadigliare. Pensava:

<<Non mi lascio certo incantare da te, vecchia strega. Se sei arrivata  di corsa qui, certamente sei venuta non per farmi un regalo. Proviamo? Beh, si! voglio proprio vedere se riesci a fregarmi anche stavolta, dai!>>.

 E le disse:

<<E parla, su, dai! ma sbrigati!  Ho sonno, ho dormito malissimo stanotte.>>

<<Sonno?>> fece la donna  <<Ma ancora dormite, voi? Ancora al vostro comodo lettino voi pensate!  Ma  svegliatevi, cara signora, aprite gli occhi, altro che letto, altro che dormire, qui c’è una guerra per campare, sapete? E scusatemi se ve lo dico in faccia, ma posso permettermelo, credo, perché voi lo sapete che vi voglio bene e che apro bocca solo per darvi una mano: vi siete letteralmente rimbambita dietro quell’uomo e non capite più l’importanza del denaro, non ci pensate nemmeno. Eppure la possibilità di farlo crescere ce l’avete, eccome!>>

Impassibile, malgrado la veemenza del suo stesso discorso, col suo dente d’oro luccicante nella sua bocca, Concetta proseguì nel suo interminabile elenco di massime e di raccomandazioni.

<<Cercate di concentravi un momento sul famoso affare che vi ho proposto: i brillanti, l’oro, per capirci. Io, purtroppo,sono ancora qui e aspetto una risposta. Stamattina appunto ne ho riparlato con Gaetano. Lo so, lo so cosa voi pensate di lui: che è scemo, lo so. Non dubito di questo, ma disgraziatamente è lui che ha tra le mani la grande occasione, capite? Si trova con l’acqua alla gola e è costretto a correre, a sbrigarsi per pagare i fornitori, almeno quelli che lo minacciano. Ma, per pagare, gli tocca per forza vendere. Ebbene, lui non vende, - ascoltatemi bene - ma svende addirittura, capite? Praticamente regala. Ha urgentemente bisogno di liquido e, fortunatamente per lui, gli è capitata tra le mani una grossa quantità d’oro: ma oro vero, chiarisco, oro rubato, cioè, e sono io personalmente a garantire, signora: si tratta di un vero e proprio patrimonio che lui è disposto a cedere solo a voi, non ad altri, chiaro? Ci state? Vi prego, però, pensateci bene stavolta prima di rispondere, perché ora si fa davvero sul serio: o si o no. O dentro o fuori, insomma.>>

Il suo modo lento, studiato, quasi compiaciuto di strascicare le parole e la sua freddezza accompagnata da un sorriso ostentato, falso, procurarono a Rosa un vago senso di irritazione: qualcosa come la puntura di cento insetti molesti, cui inevitabilmente avrebbero fatto seguito febbre e vomito.

 <<Senti, per favore!>> disse poi  <<ora non ho la testa. Ripeto. Non sto per niente bene, ma vedremo più in là. Ci andrò, ci andrò un giorno, non dubitare. E cavolo! Li voglio proprio vedere ‘sti brillanti, quest’oro. Voglio toccarli, almeno!>>

E, pilotando un dito all’indirizzo del naso di Concetta:
<<Ma tu però ora smettila di parlarmi di affari.>>  aggiunse  <<e corri a prendermi subito un asciugamani. Sento già l’acqua gelarmisi sulla testa.>>

La donna, lunga e dritta come un bastone, si avviò svogliatamente verso il cassettone e prelevò, tra gli indumenti disposti in ordine nel cassetto, un panno piccolo e sfilacciato. Dispiegandolo, qualcosa cadde ai suoi piedi. Era una banconota e si affrettò a ficcarla nella tasca, fingendo di nulla. Con un lungo sospiro, richiuse poi rumorosamente il cassetto, perché Rosa sentisse, poi ritornò in silenzio presso la vedova: questa, coi capelli ancora gocciolanti, aveva una insolita aria, diffidente e impaziente, quasi irritata.

<<Fatto?>>  si limitò a chiederle, accontentandosi di un breve cenno del capo di Concetta, ora misteriosamente silenziosa  <<E sbrigati, allora, dai, forza! Me lo dai questo asciugamani, per favore?>>

Concetta lasciò che si sfuriasse: quella irritazione, quella collera, quei gesti sgarbati di cui ora Rosa, non inaspettatamente, faceva mostra la allarmavano non poco. Sapeva, però, che non sarebbero durati a lungo.

“E’ fatta così, pazienza! >> pensava  <<E lasciamola pure sfogare. Dopo, poi, semmai, quando le sarà passata, ci penserò io a castigarla, eccome!>>

Intanto le sue mani abbandonavano le opposte maniche, nelle quali si erano rifugiate come per prudenza, e si posavano ora minacciosamente sui capelli, come per assicurarsi che tutto fosse in ordine, e poi sul fazzoletto stretto attorno al collo: gesti lenti, ma, a loro modo, fin troppo eloquenti.

Asciugatasi, frattanto, i capelli, Rosa aveva finalmente puntato su di lei il suo sguardo beffardo: anelli, collane, orecchini, che ostentazione, che lusso! Ma, soprattutto, vanità e falsità insieme!

<<E ora cosa vorrebbe da me? Concludere l’ennesimo affare? Che illusa! Ma provaci, però, dai!>>

La guardò ancora, poi le sorrise, compassionevole.

<< Hai un’aria strana, stamattina, Concetta.>> le disse. E fu tentata di aggiungere:

<< Ma io ho capito tutto, bella mia. Lo so perché sei strana!>>

Ma si trattenne. Non aveva assolutamente voglia, ora, di litigare e meno ancora di anticipare la conclusione di questa stramba storia dei brillanti. Continuasse, dunque, continuasse pure, tanto lei si sentiva al sicuro e capacissima di respingere qualsiasi attacco. Intanto, non era forse lei a prendersi gioco di Concetta, lasciando che si illudesse e troncando ogni discorso sul nascere? E poi, in aggiunta, si divertiva  a darle ordini: l’asciugamani, poi le avrebbe chiesto di pettinarla, poi di correre ad aprire la porta, se qualcuno avesse bussato. E, infine, le avrebbe chiesto di farle la spesa: lei era troppo impegnata, e poi non aveva per niente voglia di uscire di casa: era forse poco tutto questo?

Desiderò, però, guardarla fisso negli occhi, quasi a sfidarla: ma dove cavolo credeva di arrivare, lei, con quel suo cervellino da pollo ruspante?

Ora Rosa appariva perfettamente serena, soddisfatta delle sue stesse malignità, come gliene avesse parlato, come se gliele avesse spiattellate in viso. E continuava, perciò, a guardare, ironica e sorridente, il dentino d’oro di una Concetta che le appariva angosciata, perlomeno imbarazzata. Non vinta, però: lei lo sapeva benissimo che non era certo tipo di arrendersi. Doveva provarci fino alla fine, mettercela tutta. Insomma, cercare, provare, tentare. E poi di nuovo tentare e provare. Fino alla fine, insomma. A cosa sarebbe servito, se no, svegliarsi alle cinque del mattino, vestirsi in fretta, correre da Gaetano, cercare un accordo con lui, ragionare, confabulare, decidere, se poi si sarebbe dovuto rassegnare a darsi per vinta alle prime battute, e fare clamorosamente marcia indietro? E perché, poi, umiliarsi a quel modo, farle la serva, obbedire ai suoi ordini, senza ricavarci nemmeno un centesimo?

Dopo un po’, infatti, Concetta decise di sferrare l’attacco finale.

<<Torniamo alle cose serie, signo’!>>  disse  <<Ma dovete farmi il piacere stavolta di farmi parlare, però. La padrona, logicamente, siete sempre voi, il denaro è sempre il vostro e potete decidere di farne quel che vi pare oppure di continuare a tenerveli nascosti dove volete: nessuno fiata, perché è un vostro diritto e nessuno mai si sogna di costringervi a fare quanto voi non desiderate fare. Io personalmente posso solo dirvi che mi dispiace, questo si mi è permesso, perché io vi sto offrendo un’occasione d’oro, una vera fortuna, che si presenta una sola volta nella vita e mi dispiacerebbe davvero tantissimo se ve la lasciaste sfuggire. Ma siate sincera: credete per caso che un altro al posto vostro non si sarebbe precipitato ad approfittarne? Che si sarebbe fatto degli scrupoli? Che avesse avuto paura di rischiare o di sbagliare? Disilludetevi! Ciò che vi propongo io è roba rubata, genuina e di grande valore, a disposizione, però, solo di chi sa cogliere al volo le occasioni che si presentano. Pensateci! Cosa provereste se un giorno, svegliandovi, vi accorgeste che tutto quel ben di dio è finito nella bocca del solito cane? Allora si che vi ricordereste di me, di questa povera donna ignorante che ha avuto la presunzione di darvi dei buoni consigli? Voi purtroppo, quel giorno, vi ripeterete mille volte, mordendovi le mani: <<Aveva ragione quella stupida di Concetta, purtroppo!>> Ma sarà inutile: troppo tardi, ormai. Io, vedete, la coscienza ce l’ho a posto, sono serena. E guardatemi in faccia, signo’: il mea culpa dovrete recitarlo da sola, perché io non c’entro, ho fatto di tutto per aprirvi gli occhi. Forse ho fatto fin troppo!>>

Tossì due-tre volte nel pugno chiuso: quella interminabile, difficile nuotata in alto mare tra onde e vortici vari l’aveva davvero stremata e persino scoraggiata, per la verità. L’aria, con cui Rosa la seguiva, d’altra parte, era tutt’altro che confortante.

<<Ma questa donna è davvero scema!>>  pensava infatti Rosa, mentre con un dito seguiva un misterioso graffietto apparsole sulla caviglia  <<Continua a illudersi che io mi beva la sua bella storiella! Ma se gliel’ho anche detto chiaramente una volta che non mi lascio incantare dai suoi discorsi!>>

Strinse i denti: quel graffietto le bruciava maledettamente, doveva esserselo procurato nel bagno, mentre usciva frettolosamente dalla vasca.

<<Dunque, Concetta, stammi a sentire bene, mi raccomando!>> Il tono della voce, mentre fissava Concetta, in piedi di fronte a lei ad ascoltarla, era pacato e indicava che un equilibrio era stato finalmente raggiunto. <<Fingiamo di esserci capiti, va bene? Ma per ora lasciamo perdere, per carità. Non è il momento. Ho troppe cose a cui pensare ora: dai, allacciami il reggiseno, perché stamattina esco anche io.>>

<<Usciamo assieme?>>

<<Certo. Mi tocca andare a Napoli. Te ne eri già dimenticata?>>

<<No, no. Vengo volentieri. Tanto, qui da sola cosa ci farei, io? E voi, invece, dovete riscuotere, vero? Devono pagare l’affitto quelli dei quartieri spagnoli. E’ una vita che non pagano, i disgraziati e chissà se riuscirete mai ad incassare qualcosa da quella gentaccia!>>

<<Proviamoci almeno!>> fu la risposta.

 
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