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La Madonna di Via Rialto - III° PARTE

2012-07-31 10:02 by elfa (letto 370 volte)

Come tutti gli anni, passai due settimane a Porretta Terme e quando tornai al lavoro mi accorsi subito che il mio giovane amico e assistente aveva qualcosa di importante da comunicarmi.

Appena gli fu possibile, venne da me con il famoso libro e mi sottopose una notizia datata 1° luglio 1542:

Ne la via de Rialto, in la cella de la parete de la casa di messer Gasparo de Fantuzi, se scoprì la bella Madonna che mai fusse depinta da mastro Alberto da le Armi. Trassero molti homini e donne con rose, zilii e candele apprexe. Et se dicea che in la Madonna, mastro Alberto pictore aveva ritratto madama Lucrecia di Ghisilieri, giovane e bella e piena de tutte le gentilezze che fusse imposibele. Sonorono le campane de San Zoane in Monte e sparorno de’ schioppetti”

Lessi con attenzione e perplessità quelle righe, che sembravano confermare che un pittore di nome Alberto da le Armi, come gli era apparso in sogno, era realmente esistito. Lo guardai in viso: era febbrilmente eccitato ed era impaziente di farmi partecipe di altre rivelazioni.

- Mi rivenne subito alla mente il sogno fatto da ragazzo e in una luce dolce, temperata, piena di mistero, come la spera del sole attraverso la nebbia o alle acque ferme di un lago, mi riapparve quella scena che malgrado gli anni era rimasta indelebile. Sentivo che la via citata era la stessa che avevo visto in sogno. Dunque quella strada esisteva, o almeno era esistita realmente e ora ne conoscevo il nome. Sperai solo che non fosse andata perduta nelle ricostruzioni della città nuova. Chiesi se a Bologna c’era una via Rialto e il mio cuore palpitò quando seppi che esisteva realmente verso il monte, e che vi si saliva da piazza S. Biagio. Se avessi dovuto rivedere un amico, un parente, una persona insomma estremamente cara, non più veduta da diversi anni o già pianta per morta dopo una falsa notizia, io avrei corso meno e il mio cuore non avrebbe battuto così forte. Come potrei ridire quello che provai quando, penetrato e avanzatomi in quella via, oltrepassato l’angolo della Castellata, mi si schiuse ad un tratto quella stradicciola cercata per anni con tanto desiderio. In preda all’ansia, continuavo a domandarmi cosa era restato delle celletta e dell’immagine adorata. Avanzai trepidante come se m’inoltrassi tra i paurosi ruderi d’un castello abbandonato o in una selva non segnata da sentiero, o in un luogo incantato, dove mi spingesse il fato a felice compimento di una tormentosa passione. Ed ecco apparirmi la stessa immagine tante volte balenata nelle mie visioni del passato. Più la contemplavo più parevano definirsi i ricordi, come forme che uscissero dalla notte. Io stesso avevo dipinto quella Madonna e ricordavo che al volto della Divina avevo dato i lineamenti di colei che amavo.


Non potei esimermi dall’andare con lui ad ammirare il dipinto ma la cosa non mi dispiaceva affatto anche perché, malgrado le mie convinzioni, ero affascinato dalla vicenda, alla quale non riuscivo a dare una spiegazione razionale. Raggiungemmo insieme Via Rialto che non conoscevo affatto: era una strada senza portici, con un campaniletto in fondo e la curva della collina boscosa.

Con orgoglio ed emozione, mi indicò il muro di una casa sulla sinistra. Poco più in alto di un metro da terra, rimaneva ancora qualche tratto della figura a fresco, quasi perduta in basso per il vandalismo dei monelli e per l’umidità. La parte alta della Madonna era invece quasi intatta, quantunque il rosso della veste e l’azzurro del manto, esposti al sole e alle intemperie per tanti secoli si fossero sbiaditi. Delle mani sottili e lunghe, incrociate sul petto, la sinistra rimaneva abbastanza chiara, mentre la destra era segnata da un lieve solco come di ferita. Infine, ben conservato appariva il volto di prospetto, pallido, delicato, con gli occhi celesti, pieno di soavità.

Mi girai verso il mio giovane amico che contemplava con commozione quel dipinto, quel volto bellissimo, che lui aveva amato e lui stesso dipinto. La sua espressione era quella tipica di un innamorato e ad un tratto, quasi trasognato, chiese più a se stesso che a me.

- Sarò stato felice dell’amore di lei? Le sue labbra avranno mai baciato le mie?

Mentre tornavamo, mi confidò di aver cercato di evocare altre immagini di lei, di momenti felici ma troppi secoli si erano frapposti e poche indefinite ombre rispondevano al suo accorato appello: la vedeva camminare per una strada tra due file di pioppi, curva a raccogliere rose su un pendio coperto di erbe e di fiori, la vedeva inginocchiata in preghiera, illuminata dalla scarsa luce che filtrava attraverso le vetrate colorate di una chiesa…

Mi apparve chiaro che malgrado le immagini restassero indefinite o del tutto avvolte nell’oblio, il suo animo aveva conservato una tenue impalpabile reminiscenza della sua passione, come il delicato profumo dei fiori che rimane nel luogo da dove sono stati tolti.

Che fosse vissuto a Bologna nel cinquecento, che si fosse chiamato Alberto, che fosse stato pittore e avesse dipinto quella Madonna con le sembianze dell’amata, mi riusciva difficile dubitare, ma ero piuttosto preoccupato per lui. Non è raro che ci si possa innamorare di una figura, di un volto che appare in un dipinto, ma il suo era un caso ben differente: non si trattava solo di una immagine dipinta, lui quella donna era sicuro di averla conosciuta e amata e tutto il suo amore si era nuovamente impadronito di lui.


Gli era sempre più difficile resistere alla tentazione di consultare la cronaca delle Cose seguite in Bologna dal 1502 al 1549, nella quale si perdeva, avido di curiosità, cercando di scoprire qualche ulteriore riferimento che l’aiutasse a penetrare nella vita da lui trascorsa quattro secoli prima. E proprio sfogliando quelle pagine trovò la conferma che un tempo il maestro Alberto da le Armi era stato di casa contro la Chiesa de la Sancta, proprio nel luogo dove una sera si era diretto, sicuro che lì abitasse.

Io cercavo il più possibile di far finta di ignorare, queste sue frenetiche e appassionate consultazioni evitando qualsiasi domanda a riguardo finché un giorno me lo trovai davanti con lo sguardo smarrito, profondamente addolorato. Fu così che lessi una notizia datata 16 agosto 1549 che lasciò anche me rattristato:

A hore 5 morì madama Lucrecia Ghisilieri e questa era una de le belle donne di Bologna”

La lettura di quelle poche righe gli aveva procurato un’angoscia infinita che non lo abbandonò per molti giorni. Pianse come se ella fosse morta in quel momento. L’amore per lei era rinato nel suo cuore come rinasce l’amore per una donna quasi dimenticata, dopo il sogno che aveva rievocato il suo volto, la sua passione.

E di quanto doveva aver sofferto allora per la sua morte, rendendosi conto di non poter vivere senza di lei, ne avemmo la certezza leggendo, poche pagine più avanti, la notizia che il 12 settembre, a meno di un mese dalla morte dell’amata, morì maestro Alberto da le Armi, pictore: se disse per la passion de la morte de madonna Lucrecia…

Il suo era un dolore vero che ad un tratto si accese di una speranza:

- Se il mio spirito rivive oggi in un nuovo corpo, perché non può rivivere il suo?

Un paio d’anni dopo, il giovane Corrado lasciò il suo incarico nella Biblioteca, ottenne degli importanti incarichi presso la Galleria Estense di Modena, sovrintendente ai monumenti di Ravenna, Direttore della Galleria Nazionale di Parma fino alla Direzione del Ministero dell’Educazione Nazionale.

Avrei piacere a incontralo, come sicuramente farebbe piacere anche a lui. Vorrei tanto chiedergli se ha avuto la possibilità di incontrare la reincarnazione della donna da lui tanto amata nel XVI secolo, come ardentemente sognava.

Non posso dimenticare le sue parole al pensiero che qualche bella creatura si sarebbe potuta riconoscere in Lucrezia Ghisilieri come lui si era riconosciuto in Alberto da le Armi.

In tal caso, - diceva - sappia che io, dopo quattro secoli, l’attendo e l’amo ancora e che esempio maggiore di fedeltà non è possibile trovare…


a cura di Jean Claude Riviere

 
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