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La Madonna di Via Rialto - II° PARTE

2012-07-16 08:23 by elfa (letto 334 volte)

Fu una domenica pomeriggio, che il mio giovane amico, ritenne di potersi aprire a me. Era venuto a pranzo e al termine del pasto ci eravamo accomodati in salotto per fumare e sorbire il caffè.

Al principio con una certa titubanza, mi rivelò che leggendo con particolare interesse quelle dettagliate cronache, aveva avuto la strana sensazione di aver assistito a molti di quegli avvenimenti.

Quello che maggiormente lo turbava era il fatto che quella sensazione non era assolutamente nuova in lui.

- La prima volta fu quando venni a Bologna alla età di dodici anni. Gli edifici più vetusti, anche modesti e seminascosti nelle parti più remote della città, mi apparivano familiari, mentre le strade e gli edifici più moderni risultavano a me completamente nuovi. Camminando attonito e commosso per i vicoli, avventurandomi negli androni più umidi e oscuri, mi capitava di indovinare l’edificio che si sarebbe parato dinnanzi poco dopo. “Dietro quell’angolo – pensavo dentro di me – c’è una corte cinta di logge con in mezzo una fontanella e più avanti una torre…” e fatti un centinaio di passi mi appariva la corte, ma con le colonne corrose e coperte di muschio, la fontanella senz’acqua, sepolta per metà nell’erba, nonché la torre ridotta ad un troncone.

Mi rivelò un sogno fatto in quei pochi giorni di permanenza a Bologna:

- Mi era apparsa una strada senza portici, con una celletta a sinistra e in fondo un piccolo campanile a guglia e più dietro una collina boscosa. Diverse persone con le vesti che si vedono nei dipinti del Rinascimento, stavano accostandosi alla celletta, recando fiori e piccoli ceri accesi, mentre si udivano voci di preghiere e un allegro suono di campane. Destatomi di buonora, balzai dal letto apprestandomi a uscire in strada per andare alla ricerca di quel luogo che era così vivo nella mia mente. Vagai, sia in quel giorno che nei seguenti, ma la mia affannosa ricerca risultò vana. Nessuno sapeva indicarmi quella strada e la signora, presso la quale ero ospite, vedendo il mio sconforto, mi disse:”Bambino mio, la via che tu cerchi non è a Bologna: esiste solo nel paese dei sogni”. Altre strane situazioni avvennero qualche anno dopo, quando feci ritorno a Bologna come studente universitario.-

Raccontò che una sera aveva preso la via della Santa convinto che in essa fosse la sua abitazione ed era entrato in un portone e sarebbe avanzato se il portinaio non l’avesse riportato alla realtà, chiedendogli dove stava andando.

L’ascoltavo senza formulare nessun commento e lui mi confidò che come era avvenuto per i luoghi, allo stesso modo, leggendo quelle cronache, non era raro il caso che sin dalle prime righe scoprisse di sapere come si erano svolti i fatti e quale era stata la loro fine.

Nel muto raccoglimento della lettura rivivevano in lui immagini e sentimenti. Gli apparivano le strade della Bologna di quattro secoli prima, con le sue cento torri, le mirabili chiese, le strade anguste, i portici, le botteghe, le immagini sacre rischiarate al lume fioco delle lanterne. Strade invase da gente in un contrasto tra miseria e fasto: gentiluomini vestiti con ricche stoffe, mendicanti laceri e deformi, figure macilente di donne e fanciulli affamati, dame coperte di sete raffinate e di gioielli, precedute e seguite da paggi. Soldatesche audaci e sfrontate nelle loro divise più diverse, con armi lucenti, file di frati e monache salmodianti o assorte in preghiera, confraternite che accompagnavano i feretri mentre le campane della Misericordia riecheggiavano lugubremente..

E ancora, lo splendore della città per l’incoronazione di Carlo V e per la venuta del nipote di Paolo III e la curiosità per l’arrivo di un principe scortato da molti cavalieri. Ma anche il terrore per la paurosa luce di una cometa e per una scossa di terremoto… e poi il ribrezzo per i corpi penzolanti dalle forche sulla pubblica piazza.

Tutte le sensazioni e reminiscenze di una vita trascorsa sfilavano nella sua memoria, come fantasmi evocati dal sepolcro e molti personaggi li rivedeva, anche se confusamente. Reminiscenze di case dove era entrato, palpitante d’amore, giardini e sale dove aveva indugiato felice, persone che lo guardavano in modo cordiale o con astio. E tra tutte gli appariva sempre più frequente una gentile donna con i capelli biondo scuro, occhi celesti e grandi, mani dalle dite sottili e ad ogni sua apparizione sentiva il suo cuore palpitare…

- Se nella mia mente di fanciullo – asseriva il mio giovane amico - mi era stato difficile capire perché nel ricordo quei luoghi, quegli edifici consumati dal tempo o trasformati dagli uomini erano come nuovi e rilucenti, mi appare ora chiaro che i miei ricordi e le mie visioni appartengono ad una mia precedente vita.

Io non credevo affatto alla reincarnazione e pertanto ero più propenso ad attribuirle alla suggestione provocata in lui dalla lettura di quelle cronache. Ci fu però un fatto che lo turbò ancor più e che volle riferirmi:

- Molto nitida mi è apparsa, ieri notte, la vista di un ricco salone pieno di mobili raffinati, di quadri, statue, libri e strumenti musicali. Il nobile padrone di casa era al clavicembalo, attorniato da gente elegante in ricchi costumi cinquecenteschi. Anche io ero tra i presenti e il nobile venne verso di me: “Lieto di vedervi, Mastro Alberto da le Armi. Ho giust’appunto desiderio di commissionarvi un quadro…”. Quello che maggiormente mi ha turbato è il fatto che mi ha chiamato Alberto e questo mi ha riportato alla mente quanto accadutomi in una sera d’estate al tempo in cui era ancora studente universitario. Stavo passeggiando lentamente sotto il largo e deserto portico del Barracano, quando si aprì una finestra sul lato opposto della strada e una donna, affacciatasi, chiamò a voce alta: “Alberto…” giratomi istintivamente le chiesi che voleva.“Ma non è mica lei che sto chiamando…”. Impacciato, mi scusai e ripresi il cammino mentre la voce di un uomo chiedeva alla donna “Ca v’liva quel lè, che voleva quello lì?” Al che la donna rispose “Niente… chiamavo te e m’ha risposto lui… si vede che al ciama Alberto come te …”. Il mio nome non ha alcuna assonanza con Alberto: perché dunque avevo risposto senza titubanza con la ferma convinzione di chiamarmi Alberto? Ed ora questa visione… che mi dà quasi la certezza che in un’altra vita il mio nome era proprio Alberto ed ero stato pittore!

Avrei voluto obiettare che il fatto di aver risposto alla donna era abbastanza normale: alle volte i nostri gesti sono più veloci del pensiero e sentendo una voce che chiamava, prima ancora di percepire il nome, aveva agito d’istinto. E questo fatto, anche se era passato del tempo, era rimasto impresso in lui e aveva influenzato il sogno in cui si era sentito chiamare con quello stesso nome.


a cura di Jean Claude Riviere




 
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