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LA GENTE CHE STA BENE - RECENSIONE

2014-02-02 00:57 by elfa (letto 380 volte)
Peccato che un titolo così anonimo, anche se in parte congruo con l'andamento del film

Peccato che un titolo così anonimo, anche se in parte congruo con l'andamento del film, non attiri l'attenzione che una storia come questa merita, considerato lo stato di salute generale della commedia italiana. Peccato anche per la locandina "cinepanettonica" che contraddice lo spirito del film. La gente che sta bene, infatti, rappresenta seriamente e ironicamente dei personaggi alla ricerca della propria via al successo, ognuno costretto a scontrarsi con le ambizioni degli altri senza voler rinnegare le proprie. Il punto di forza della pellicola è, appunto, l'ironia affilatissima, sfrontata; la capacità di amalgamare i registri comico e tragico nella stessa scena o nella stessa battuta. Il merito è sia della struttura narrativa, sul breve e sul lungo termine (ricordiamo che l'autore del libro da cui è tratto il film, Federico Baccomo Duchesne, è anche uno degli sceneggiatori), sia degli attori. Claudio Bisio e Diego Abatantuono, infatti, sono credibilissimi nei loro personaggi, che assomigliano comunque all'immagine mediatica che i due attori si sono creati, o a ruoli che hanno interpretato in precedenza (come Bisio in Benvenuti al Sud e Benvenuti al Nord). Umberto Maria Dorloni (Bisio), è stavolta un avvocato sospeso tra l'abisso e il paradiso; orgoglioso, vanitoso, spietato, convinto che la sua posizione non possa che salire e incapace di comprendere a fondo cosa sua moglie Carla (Margherita Buy) e i suoi figli cercano da lui. Conosce quasi per caso Patrizio Azzesi (Abatantuono), tanto ricco e celebre quanto privo di scrupoli, che sembra poterlo salvare dal suo imminente licenziamento. Dal momento in cui Umberto si affida completamente ad Azzesi, il suo ego cresce insieme alla comicità del film, per la verità più affidata alla caratterizzazione dei personaggi che agli sviluppi drammaturgici. Questo, però, non vuol dire che la pellicola non abbia una buona struttura a sorreggerla, anzi: sono i cambiamenti di rotta tragici che tingono la commedia di una cattiveria davvero gradevole e talvolta inaspettata, a generare attesa e suscitare – paradossalmente – le risate più sincere. Spiazzano, e non sappiamo con certezza quanto sia lecito ridere di gusto o sentirci in colpa. Azzardare un paragone con Germi, Monicelli, Risi, è ancora impensabile; soprattutto perché le loro commedie all'italiana prendevano spunto da una realtà più manichea, con cui si poteva giocare con più sottigliezza e dissimulare un sottotesto, accontentando talvolta sia palati democristiani che lingue meno irsute; con la quale si poteva provare a cambiare la società. La gente che sta bene non ha questa pretesa (o comunque è troppo presto per affermarlo, e bisognerebbe saperlo dagli stessi autori), ma Francesco Patierno non sembra fuori luogo quando si dichiara ispirato a quei maestri: la cattiveria e la determinazione dei personaggi nell'ottenere ciò che vogliono, facendo ridere e piangere allo stesso tempo; la loro sincerità, positivi o negativi che siano, li ricorda molto.


a cura di Paolo Ottomano

si ringrazia per la collaborazione

il portale Cinema4stelle.it


 
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