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L??SEMPIO DI CHI FA UN PASSO INDIETRO

2009-01-06 23:46 by elfa (letto 523 volte)
- Esistono ancora musicisti che possono dire di avercela fatta. Joahn, 35 anni, padre inglese, madre olandese, chitarrista blues prima allo sbaraglio, ora finalmente in grado di vivere della sua musica. Siamo a Londra, in un pub a cento metri da Piccadilly Circus. Ci accomodiamo al piano di sopra, tra i divanetti di velluto rosso e vista sulla strada affollata.....

Esistono ancora musicisti che possono dire di avercela fatta. Joahn, 35 anni, padre inglese, madre olandese, chitarrista blues prima allo sbaraglio, ora finalmente in grado di vivere della sua musica. Siamo a Londra, in un pub a cento metri da Piccadilly Circus. Ci accomodiamo al piano di sopra, tra i divanetti di velluto rosso e vista sulla strada affollata.

“Ero, anzi sono un chitarrista come tutti gli altri. Credo di essere bravino”, dice ridendo e mandando giù un sorso di guinness pomeridiana, “ma sono nel mazzo. Diciamo pure che sto crescendo”. Joahn è un busker.

Si muove per le strade di londra con un suo piccolo amplificatore, un altrettanto piccolo generatore di corrente, una stufetta per sopportare gli inverni britannici, e propone vecchi standard blues. Cose di Robert Johnson, Bukka White e altri grandi nomi.

Attorno a lui la folla che ascolta e, diciamolo pure senza esagerare, paga. “Esattamente”, dice Joahn, spostandosi il ciuffo di capelli neri che gli tormenta gli occhi, “io mi considero retribuito dai passanti a tutti gli effetti.
Anzi, non ci sarebbe di che scandalizzarsi se il governo mi chiedesse di pagare le tasse.

Guadagno ogni giorno decine di sterline. Manca solo una definitiva regolamentazione per la musica di strada”, afferma. Anche Joahn è passato per i locali, le band, i live.

Quando gli diciamo che la situazione della musica dal vivo in Italia è critica, diventa serio: “Non è un problema solo vostro. È una questione di numeri. Siamo in troppi. Tanti nuovi generi, nuove proposte.

I giovani spingono e non si sa come far sfogare la loro voglia di mettersi in mostra. L’unico posto in cui io ho trovato modo di farlo senza restrizioni è la strada. Mi faccio una città all’anno”.
E il ragazzo sembrerebbe non volersi fermare e adagiare sulla sua chitarra semiacustica.
“Sono in contatto con un ragazzo anch’egli italiano. Si occupa di musica elettronica. Ha un mucchio di aggeggi per la produzione di suoni.

Abbiamo pensato di mettere in piedi una performance elettroacustica che forse si trasformerà addirittura in teatro”.
E infine ci sorprende con qualcosa che dalle nostri parti sarebbe almeno per il momento impensabile. “Per un certo periodo di tempo ho suonato nella vetrina di un negozio d’abbigliamento. Sembra stupido e molti puristi direbbero che il blues non si debba confondere con pantaloni e scarpe ma io non ci vedo niente di male.

È il normale processo di evoluzione degli spazi per la musica. Fuori dalla vetrina avevo una specie di cassetta per le mance, al di la del fatto che venivo pagato dal negozio stesso”.

In Italia che si fa? Si resta in attesa del colpo di fortuna. Forse è il caso di cominciare a riflettere su come piazzare la tanta e buona musica che c’è in giro.

Bisognerebbe cominciare a riflettere su come intersecare l’esecuzione musicale nei vari luoghi della vita vissuta. Questo però richiederà un passo indietro dei musicisti.

Tornare a mescolarsi in mezzo ai passanti, ai commessi, ai vecchia, ai bambini fastidiosi e alle mamme. Il musicista un cittadino come un altro, solo che con una chitarra in mano. Ne saremo capaci?


a cura di Gianfranco Di Gennaro

REDAZIONE ELFA

 
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