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Intervista ad Alessandro Bolognesi, operatore steadicam sul set di ??n altro mondo??di Silvio Muccin

2011-01-10 15:20 by elfa (letto 1159 volte)
ROMA ??Sono passati pochi mesi da quando la crew de ??n altro mondo?? film diretto da Muccino (il piccolo: Silvio), è tornata dal Kenya, dove è ambientata la storia.??n altro mondo??è ancora in sala, esperimento molto curato e di un certo livello che si discosta nettamente dai cinepanettoni del momento....



ROMA – Sono passati pochi mesi da quando la crew de “Un altro mondo”, film diretto da Muccino (il piccolo: Silvio), è tornata dal Kenya, dove è ambientata la storia.“Un altro mondo” è ancora in sala, esperimento molto curato e di un certo livello che si discosta nettamente dai cinepanettoni del momento.



Silvio Muccino l’ha voluto così il suo film: impegnato, riflessivo, capace di soffermarsi su alcune inquadrature e proprio per questo un prodotto artistico che esce dal coro, si fa notare e tenta di portare un contributo interessante al cinema italiano.

Sul set Muccino ha chiamato Alessandro Bolognesi, uno degli operatori steadicam più quotati dell’attuale panorama italiano. Oltre ad aver lavorato sui più noti set nostrani (“Femmine contro maschi”, “Scusa ma ti chiamo amore”, “Cemento Armato, “Notte prima degli esami 2”, ecc), Alessandro Bolognesi si è cimentato in numerose collaborazioni internazionali. Ed è stato uno dei primi professionisti a portare, diffondere e far evolvere la steadicam in Italia.

Partiamo da “Un altro mondo”, visto che è ancora in sala. Come ti sei trovato sul set?

“Molto bene perché credo sinceramente che Silvio Muccino abbia del talento. Certo sul set pretende tanto dalla sua crew ed è molto preciso, ma solo perché vuole realizzare, come è giusto che sia, un prodotto di qualità. C’è poi da dire che è bravo a creare l’atmosfera giusta per tirare fuori qualcosa di buono da ognuno”.
Non si tratta certo di un cinepanettone…
“Tutt’altro. La storia è carica di contenuti, anche di un certo spessore, e tirarli fuori tutti non era cosa facile. Su questo Silvio ci ha saputo fare”.

L’attore co-protagonista, Michael Rainey Jr, è un bambino. E’ stato difficile girare con lui?

“Michael si è rivelato un’autentica sorpresa! Ti dico soltanto che è stato talmente bravo ad immedesimarsi nel personaggio che ci sono state scene in cui noi stessi della troupe siamo finiti con le lacrime agli occhi! E’ stato incredibile, e anche un po’ buffo, guardarsi attorno e vedere persone che da molti anni fanno questo mestiere (me per primo) con grossi lacrimoni a rigare le guance. Sono cose che non succedono quasi mai su un set”.

Dal punto di vista prettamente registico, che tipo di scelte sono state fatte?

“Si è voluto privilegiare i dialoghi e si è scelto di soffermarsi qualche minuto in più della norma su alcune scene, per dare loro un certo spessore. E’ un film che definirei classico ed elegante, con inquadrature curate e un’ottima fotografia firmata da Marcello Montarsi (che tra l’altro ha già lavorato più volte in passato con Muccino fratello)”.



Una parte delle riprese si è svolta in Kenya. Come è andata?

“Abbiamo soggiornato là cinque settimane e il ritmo è stato abbastanza frenetico. Si è dimostrato un po’ difficoltoso spostarsi anche di 400 chilometri da un set all’altro, con strade che non sono proprio il massimo della comodità. Abbiamo anche girato dentro la baraccopoli più grande del mondo, quella di Nairobi, dove vivono tre milioni di persone in condizioni indescrivibili. Un’esperienza provante che difficilmente si dimentica”.

Qualche curiosità del “dietro le quinte”?

“Beh, il momento più esilarante è stato quando una scimmietta ci ha rubato una batteria! Abbiamo provato a rincorrerla per riprenderla, ma è salita su un altissimo albero e non c’è stato niente da fare”.

Per te non era la prima volta all’estero. In quali altri paesi ti ha portato il tuo lavoro?

“Ho girato parecchio il nord America e l’Europa. Sono stato ad esempio in Canada, Los Angeles, Cecoslovacchia, Bulgaria e Grecia”.

In molte di queste situazioni ti sei trovato a lavorare con produzioni e regie internazionali o quanto meno non italiane. Hai notato grandi differenze rispetto al nostro cinema?

“La diversità di base non è nei registi, ma nelle produzioni. Come dire: nei budget. In Italia al confronto si investono noccioline e pop corn. Anche il regista più abile con appena due milioni di euro in tasca (in confronto ai 150 americani) e con attori alle prime armi sul set, fatica a tirare fuori un buon prodotto. Dove ci sono più mezzi, il risultato inevitabilmente cambia”.



Parliamo un po’ della tua carriera di steadicam operator. E’ un lavoro difficile, poco conosciuto, faticoso e che si impara dopo anni di pratica. Come ti è venuto in mente di fare questo mestiere (che, a parte tutto, è certamente uno dei più affascinanti nel mondo del cinema)?

“Che io ricordi, volevo fare l’operatore sin da piccolo, anche se all’epoca non conoscevo la steadycam, anche perché non era ancora stata inventata. Ho studiato alla Scuola di Cinematografia e Televisione e parallelamente ho lavorato come operatore per l’Abc network. La steadi l’ho scoperta in Rai, alla fine degli anni ’80: era ancora uno strumento magico davvero le potenzialità. Inizialmente provai ad imparare a maneggiarlo assistito da un operatore della Rai, ma presto capii che ne sapeva meno di me! Allora me ne andai in America a fare un corso da chi la steadi l’ha proprio inventata: Garrett Brown. In Italia sono stato uno dei primi operatori che ha spinto per diffonderla e per farne conoscere il potenziale. Pian piano ce l’abbiamo fatta”.

Se dovessi spiegare a un profano che cosa la steadicam apporta al cinema, alle inquadrature?

“La steadi è un’invenzione prodigiosa, che dà la preziosa possibilità ai registri di raccontare un piano sequenza senza l’ausilio del montaggio. La ripresa avviene attraverso un’unica inquadratura, senza tagli in mezzo. Hai presente i famosi piani sequenza di Hitchcock? Per realizzarli ci impiegava mesi. Con la steadi ci avrebbe messo molto meno tempo!”.

Cosa consigli a chi oggi voglia apprendere questo mestiere?

“Non ci sono scuole apposite, è un mestiere complesso, un’arte direi, che si tramanda di operatore in operatore. Il problema è prima di tutto trovare un professionista serio e preparato (ce ne sono molto pochi in Italia!) e in secondo luogo convincerlo a dedicarvi del tempo per imparare il corretto uso del mezzo”.

Tu fai certamente parte di questa casta di pochi, ma bravissimi operatori steadicam.
Lo dimostra anche il tuo infinito curriculum professionale. C’è tra i tanti un film a cui sei particolarmente legato?


“D’Artagnan di Peter Hyams, del 2001, perché mi ha dato per la prima volta la possibilità di conoscere il cinema internazionale di alto livello, con grandi mezzi e capacità. Lì mi sono improvvisamente reso conto di quante maggiori opportunità ha un operatore che nasce in America, rispetto ad uno che nasce in Italia”.

Altri progetti a cui stai attualmente lavorando?

“Ho da poco finito di girare una trilogia di film sullo stalking per la Rai, due dei quali diretti da Liliana Cavani e Portecorvo. Inoltre da metà febbraio inizierò “Robinson Crusoe”, che sarà girato tre settimane in Costa Rica e sette a Malta. Dopo di che, si vedrà!”.

a cura di Chiara Giacobelli



 
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