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IL GIUDIZIO DI ELEONORA SU "I THINK MAGAZINE"

2011-03-17 13:26 by elfa (letto 818 volte)
Diciamo che se mi fossi fermata ad osservare una vetrina di un negozio di dischi, osservandone con cura tutte le copertine esposte, non avrei categoricamente MAI scelto di comprare il disco de...

Diciamo che se mi fossi fermata ad osservare una vetrina di un negozio di dischi, osservandone con cura tutte le copertine esposte, non avrei categoricamente MAI scelto di comprare il disco de Il Giudizio Di Eleonora!

Per carità, è certamente un parere puramente personale, ma la resa grafica dell'intento di dualismo tra le anime di Eleonora, forse in contrasto tra loro o forse perfettamente complementari, mi sembra scarna, carente di qualcosa che a livello visivo avrebbe dovuto dare il tocco da “giullare/demone” alla metà di destra e da “showgirl patinata” a quella di sinistra, ma che appiattisce e amalgama un po' troppo le due versioni nate, invece, per essere giustapposte tra loro.

Il messaggio della cover, ad ogni modo, arriva, ma anziché fare una sola foto, utilizzando soltanto il trucco come traghettatore di intenti, forse fare due differenti scatti, con luci diverse (brillanti e dirette per la parte “positiva” e più offuscate, malate, con dei giochi cromatici diversi e un'espressione meno sorridente e più arcigna per la metà “negativa”) avrebbe probabilmente conferito un maggiore (e migliore) impatto visivo.

Per fortuna, però, ci hanno insegnato a non fermarci alle apparenze, ad andare oltre la superficie, perché “l'abito non fa il monaco” (diceva mia nonna!). Meno male, perché mettendo nel lettore il cd de Il Giudizio Di Eleonora, si viene subito piacevolmente coinvolti dalla calda e graffiante voce della cantautrice Eleonora Giudizi: melodica ma aggressiva, grintosa ma avvolgente, dall'ugola versatile, in grado di scivolare con nonchalance da note alte a note basse, abbellendo le code con latineggianti gorgheggi in una maniera così sinuosa e naturale da sembrare quasi orientale.

Complessivamente possiamo definire Eleonora un'Anna Oxa un po' più “bassa e rock” per dirla alla Enrico Brizzi, una Loredana Bertè più moderna (ascoltate Le Strade Che Non So ad esempio), ma soprattutto Eleonora Giudizi si può definire un'Irene Grandi dal retrogusto latino.

Il genere è un power-pop con unghiate rock e venature spagnoleggianti (la cantautrice, tra l'altro, in passato ha messo la sua penna al servizio di artisti spagnoli come Chenoa e Gisela, sottolineando questa sua propensione nei confronti delle sonorità latin-rock che poi si ritrova anche nel suo disco).

L'album, omonimo, si compone di tredici tracce che si concludono nell'arco di circa 50 minuti.

Si apre con il singolo Femmina, un aggressivo e battagliero anthem che canta e decanta la forza delle donne “...essere orgogliosa d'esser femmina, alla fine l'odio si dimentica, posso fare a meno di te...”. Già dal primo brano Eleonora si conferma la paladina di una grinta rock “zuccherosa” ma non banale e il secondo singolo, Non Mi Baci Mai sottolinea ancora di più l'anima sfrenata della cantautrice. Questo secondo brano è un saltellante inno power-pop, con la batteria campionata e dal suono metallico tipico del genere, ma dal ritmo che flirta volentieri perfino con il punk, per non parlare degli archi in levare che proprio non possono farti restare seduto. Dal vivo questo brano è destinato a far addirittura pogare tutti i presenti, alla faccia dei paragoni con le varie Oxa, Bertè e Grandi, di cui Eleonora conserva spicchi di vocalità e spolverate di interpretazione, ma aprendo le ali verso un mondo decisamente più adrenalinico.

Quando ormai siamo completamente sudati, veniamo richiamati alla calma da Ci Manca Il Pane, una malinconica ballad sulla fine di un amore, che non sfigurerebbe sul palco del Teatro Ariston.

Le melodie vocali di Eleonora sono sempre intelligenti, stuzzicanti e mai banali (sto diventando banale io a forza di dirlo, ma dato il genere ci tengo a sottolinearlo) però chi scrive apprezza decisamente di più i momenti maggiormente energici, pungenti, incazzati, come la successiva Borderline. Cosa dire di un testo come “...stupido che sei, tu vuoi guarirmi, io desidero annientarti, romantico che sei, fai vomitare...”? o ancora “...un cane già ce l'ho, non abbaiare, tu non vali il suo collare...”: non venite a dirmi che l'anima di questa donna non è spudoratamente rock!

Ad onor del vero Eleonora è autrice delle musiche e quasi mai dei testi, per i quali hanno collaborato diversi autori (Frankhead, F.Testa, V.Centrone, M.Adami), ma i grandi parolieri solitamente vestono la propria ispirazione con gli abiti di chi quelle parole deve interpretarle con il proprio modo di essere, dunque, percependo un'uniformità di intenti che prende forma brano dopo brano, siamo certi che le note di Eleonora Giudizi volevano comunicare esattamente quello che le parole esplicitano.

L'ascolto del disco prosegue con Vertigine, un brano che nel chorus evoca l'idea del volo libero sopra le nuvole, mentre la strofa è come la rincorsa prima del decollo. Nonostante il riuscito intrecciarsi di sensi tra testo e musica, questo non è tra i brani maggiormente memorabili all'interno del disco, tanto da spegnere l'entusiasmo che si era accumulato con le prime quattro tracce.

In Era Inevitabile sembra, poi, di risentire la Pausini ai tempi del disco Le Cose Che Vivi e viene quasi da pensare che Eleonora abbia definitivamente esaurito la sua energia, dimenticando di averci lasciati lì, sotto il palco, in attesa di continuare a saltare sui suoi ritmi sostenuti e le sue melodie avvolgenti.

Con Dimmi, però, torna lo spessore rock e si impossessa violentemente di musica e parole: una preghiera, forse; una richiesta disperata di avere delle risposte da qualcuno che non si sa neanche se esiste per davvero. E' come distruggere la chitarra sul palco: si percepisce la disperazione ma mista a rabbia, si vedono le fiamme tra le note e tutto esplode in un ennesimo ritornello che si farà ricordare.

Mentre siamo, dunque, tentati a recuperare l'energia che avevamo perso, si spengono nuovamente (e definitivamente) le nostre aspirazioni. La voglia di gridare viene spesso in questo disco, e difatti il titolo del brano successivo Grida, sembrerebbe volerci aiutare nello sfogo: “...grida, gridalo al mondo, chiedigli un sogno e non arrenderti mai...”. Peccato che, però, questo sia il classico brano “degli accendini” che danzano come lucciole nel buio del concerto, come piccoli spiragli di luce nel condensarsi dell'ombra, per cui liberarsi di ciò che si ha dentro attraverso il famoso “urlo sfrenato e liberatorio”, in un contesto del genere è impensabile...

Avevo voglia di mettere in pausa qui l'ascolto del disco, perché l'attenzione era ormai calata, invece la nona traccia, Le Strade Che Non So (già citata prima per la vicinanza di alcuni umori interpretativi con la Oxa e la Bertè), mi ricorda la forza combattiva della cantautrice, che aveva conquistato così tanto all'inizio del disco. Un brano vicino a chi sente pulsare dentro un dolore insistente, un vuoto esistenziale che può o schiacciarti o farti spiccare il volo, come reazione opposta e contraria “...e giù nel cuore io ce l'ho qualcosa che brilla e nelle strade che non so c'è già una scintilla...”.

Avevamo parlato inizialmente della passione di Eleonora Giudici per le sonorità “spagnoleggianti”. Non poteva, dunque, mancare il brano successivo, intitolato – per scansare ogni dubbio – Gitana. La chitarra latina, i melismi vocali e il testo, trasportano in un immaginario film on the road, a cavallo del vento, dell'avventura, danzando senza regole, andando andando e ancora andando, non si sa dove, vagando sotto le stelle. Forse in cerca di un'identità... se vogliamo cedere alla tentazione di considerare una risposta la canzone successiva, intitolata appunto L'Identità, nella quale tutta l'energia battagliera che ha caratterizzato numerosi brani del disco, sembra deporre le armi e, come nello Ying Yang, il nero lascia spazio al bianco “...dipingo un sorriso e una lacrima splende, mi risveglia la mente...”.

Chitarre e vocalizzi arabeggianti aprono la successiva Nuovi Mondi: un pezzo sognante, in cui l'anima acustica prevale su quella elettrica ed elettronica. Il testo è fantasioso e dalle sfumature marcatamente oniriche (“mentre guardi passano elefanti, Mastroianni e James Dean, gnomi, bonzi e conigli bianchi...”) per ricordarci l'importanza della fantasia e dei sogni per trovare sempre la forza di andare avanti, noi “nati per combattere e sbattere nel vento così”.

Il Fiume chiude un album che stava inizialmente scivolando via alla grande, ma che via via ha iniziato ad intaccare l'interesse dell'ascoltatore. Un disco intriso di velocità e pause, rabbia e intimità, odio, amore e sogni, che si chiude con questo brano, il quale, insieme a L'Identità, vede Eleonora autrice anche di parte del testo (con Vittorio Centrone). Volutamente più scarna nella line-up (una chitarra acustica e, in crescendo, la batteria non invasiva e le percussioni tribali), il pezzo parla del bucolico ottimismo di Eleonora Giudici, la quale si affida al fato senza chiedersi dove tutto questo affannarsi a vivere conduca: l'importante, ancora una volta (per chi non l'avesse capito) è andare e lasciarsi andare perché “...il fiume può trasformare la paura di cambiare in un viaggio senza fine...”.

Un disco, questo de Il Giudizio Di Eleonora, che se fosse stato composto esclusivamente dalle prime quattro tracce e poi da Dimmi e Le Strade Che Non So, avrebbe meritato quasi esclusivamente elogi (anche se gli arrangiamenti tendono ad essere un po' troppo simili l'uno all'altro). Certi cali d'ispirazione in alcuni brani, però, ci fanno pensare che essi siano stati inseriti più per riempire il disco che non perché realmente aggiungessero qualcosa a quanto detto. Le doti, comunque, ci sono e le melodie di Eleonora possono conquistare veramente un vasto pubblico. Un consiglio? Distaccarsi un po' di più dal concetto di “musica italiana commerciale” puntando soprattutto su quella grinta rock che vuole ancora esplodere e che, forse, proprio la voglia di comporre hit radiofoniche (intento riuscitissimo!) ha un po' diluito e a tratti smorzato.

Tuttavia un godibile esordio che speriamo abbia un degno seguito.

DORIANA TOZZI

Rif. web: I Think Magazine

 
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