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Scritti Inversi Naturelfa

I Fiori Bianchi del Samurai - 1° parte

2011-05-09 12:32 by elfa (letto 704 volte)

- Ricorda Setsuko, bambina mia, che laggiù vigono usanze molto diverse dalle nostre.

Avvolta nel suo kimono a fiori, Setsuko, con gli occhi bassi e le mani giunte all’altezza del bacino, ascoltava in deferente silenzio suo nonno, ex generale dell’esercito nipponico ed eroe di guerra, mentre accarezzava come ogni giorno i petali bianchi nel suo giardino. Per il novantenne Mitsu Nakamura laggiù era una indicazione molto vaga. Se tempo addietro era l’Occidente, da qualche anno comprendeva lo stesso Giappone che il vecchio Samurai stentava a riconoscere nella modernità che stava oscurando le tradizioni.

Gai-jin non era solo chi era nato in un altra nazione, in un altro continente: per il generale, in quell’inizio degli anni novanta, era straniero anche chi abitava a poche ore di cammino. D’altronde la distanza che separava il suo villaggio dalla città più vicina, non era valutabile in chilometri ma in lustri.

Malgrado annuisse con la testa, la ragazza, non poteva trovarsi pienamente d’accordo con il nonno. I ferrei principi imposti dalla sua educazione e che trovavano nel nome stesso che le avevano dato (che in giapponese vuol dire pudore) un costante richiamo, non le impedivano di aspirare ad un mondo diverso.

Per la ventiseienne Setsuko, con una laurea in educazione artistica, l’Europa voleva dire capolavori d’arte e il suo sogno era di poter visitare Firenze, Venezia, Roma, Parigi. Ma non solo visitarle: poterci vivere, approfondire la conoscenza delle lingue, pagandosi il soggiorno con un lavoro, magari accompagnando i turisti giapponesi alla scoperta di tali tesori.

Per questo si era iscritta a corsi di perfezionamento in storia dell’arte Occidentale. Era fermamente convinta che ogni cosa è possibile se pensiamo di meritarcela e lei era sicura di meritarla: si era sempre attenuta ai principi della legge morale, sottostando alla disciplina completa e all’osservanza di quanto stabilito dal decalogo. Sapeva di aver rifuggito la maldicenza e la menzogna, di non essersi mai fatta prendere dalla collera, di aver osservato la castità e di essere stata prodiga nel dare agli altri.

Sperava che il Destino sarebbe stato benevolo e avrebbe accolto le perorazioni dei suoi avi ai quali aveva chiesto di intercedere per lei, consentendole di stabilirsi in Occidente dove, comunque, avrebbe cercato di mantenersi fedele ai principi ai quali si era sempre ispirata.

Ma ci sono cose scritte da tempo e che non possono essere cambiate. Il Destino aveva deciso diversamente anche se, nella sua infinita benevolenza, avrebbe permesso a Setsuko di respirare il profumo di quella vita così lontana dalla sua e di toccarla con mano leggera, proprio come suo nonno faceva con i bianchi petali nel suo giardino.

Qualche giorno dopo, mentre, nell’intervallo tra una lezione e l’altra, sfogliava vari giornali nella Biblioteca dell’Università, la sua attenzione venne attirata da un annuncio sul Nippon Times: qualcuno dall’Europa, chiedeva di entrare in contatto con giovani giapponesi (non veniva specificato il sesso) per uno scambio di corrispondenza. Veniva fatto riferimento a interessi in comune, idee e cultura. E proprio queste due ultime parole colpirono Setsuko che si affrettò a rispondere all’inserzione.

Quando il caporale dell’aviazione belga Leon Maartens, si vide recapitare la lettera proveniente dal Giappone, non stette più nella pelle: finalmente era arrivata una risposta alla sua inserzione sul Nippon Times ed era di una donna, proprio come sperava.

Con la lettera in mano, che sembrava scottare nelle sue dita, corse nella camerata, a quell’ora deserta, per poterla leggere in tutta calma. Era in un bagno di sudore per l’emozione e il cuore gli batteva forte.

Era stato il suo compagno di banco, Maurice, quando ancora frequentavano la Scuola, a fargli scoprire la possibilità di intrattenere una corrispondenza con ragazze di altre città anche straniere.

Alto un metro e ottanta, Leon era un ragazzone bruno, goffo, incolto, puerile, timido e sognatore. E come accade agli immaturi timidi, il mondo che lo circondava (Liegi, la drogheria del padre in rue Garde-Dieu, le ragazze del quartiere) gli sembrava ostile. Soprattutto le ragazze. Malgrado avesse vent’anni non aveva mai baciato una donna.

Due anni prima che ricevesse la lettera di Setsuko, il suo amico Maurice gli aveva mostrato la foto di Melanie, una quattordicenne dal sorriso dolcissimo, che abitava a Reims, con la quale era entrato in contatto attraverso la Posta del Cuore. C’era stato un assido e sempre più affettuoso scambio di lettere che aveva fatto sbocciare l’amore e durante le vacanze estive Maurice si sarebbe recato da lei.

- Chiederò a Melanie se ha un’amica da presentarti così potremmo andare tutti e due a trovarle – gli aveva detto Maurice, ma pur invidiandolo, Leon non si sentiva ad una relazione come la sua. Più che una fidanzatina, sognava una vera fidanzata, una ragazza matura, magari straniera, anche più grande di lui, già donna, una da sposare, una con la quale mettere su casa insieme, una che lo facesse sentire uomo.

Cominciò a sognare una vita diversa, in un’altra città, in un’altra nazione, in un mondo diverso da quello in cui era costretto a vivere e che lo soffocava. E avendo, in qualche modo, perso il suo compagno, Leon si sentì ancora più solo e odiò maggiormente ciò che lo circondava.


a cura di Jean Claude Riviere


 
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