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Fra i figli dei morti

2011-07-18 03:53 by Maria Francesca Savasta (letto 736 volte)
L'angoscia di una bimba strappata lo stesso giorno della morte di sua madre, dal suo ambiente e da tutto ciò che amava.

Rivivo ancora l'angoscia quando persone sconosciute vennero a prendermi; c'era la mamma col suo vestito della festa che dormiva su quel bislacco letto, coperta di fiori e con tante luci attorno; sembrava la Vergine nella sua ‘dormitio’; io che le giravo intorno piangendo: 'svegliati, svegliati...'
Era tutto così strano e per la mia mente piccolina difficile da capire.

Ero sola fra i dolenti.

Cercavo un volto amico. Il dottor Costante terreo, stava inchiodato al suolo come un'avvilita statua. Non si accorse di me.

Mi avvicinai a zia Marella, ma mi fulminò con uno sguardo minaccioso.

Pur mezza accecata dalle lacrime e dalle luci mi accorsi con stupore che mia zia e le prefiche ladre si erano ingrassate smisuratamente come per magia: da una S erano diventate una tripla XXXL, si muovevano lentamente con precauzione continuando a fare il loro ipocrito doloroso lamento.

In seguito seppi dalla dolce amica di mamma, che le prefiche erano diventata di botto così obese, perché sotto le gonne e nei corpetti si erano imbottite di tutto il corredo di mamma.

Nessuno mi vedeva, ma loro sì, e se mi azzardavo a guardarle il loro volto si faceva minaccioso.

Non permisero alla povera Tessy di entrare, e lei distrutta e disperata mi guardava da lontano.

Provai un senso di smarrimento e abbandono totale. Continuai a girare attorno alla mamma tirandole le mani e invocandola di svegliarsi. Volevo uscire dal mio incubo e dalla desolazione che mi sommergeva.

Qualcuno si avvicinò a me e iniziai a strillare disperata: nessuno doveva toccarmi!
Solo le braccia di mio padre mi calmarono, finché mi addormentai e mi adagiò nella mia piccola cuna.
Mi svegliai sentendo di nuovo pianti e singhiozzi ancora più forti degli strascicati lamenti che graffiavano l'anima.

Mi aggrappai alle colonnine della culla cercando di capire cosa stesse succedendo: vidi mamma sempre addormentata, che se la stavano portando; misero un coperchio a quell’odioso e strano letto dal quale non si alzava. Mamma fu chiusa con i chiodi e restò prigioniera nella sua brutta scatola..

E via.

Poi vennero da me, ma ero diventata una piccola statua di pietra con la forza di un Sansone: nessuno riuscì a strapparmi dalla culla.
Così dalla casa uscirono due cortei: uno con la bara di mia madre verso la Chiesa; e l'altro con una piccola culla di legno intagliato con me dentro assieme ad una bella trottola colorata, verso l'orfanotrofio.

In seguito Tessy mi raccontò che il funerale di mamma Rosellina fu un’apoteosi: partecipò tutto il paese, piangevano tutti, anche i sassi, non si sentiva un alito nell’aria: i passeri si zittirono e gli agnelli smisero di belare.

Celebrarono il sacro rito dei defunti tre Alti Prelati, c’era il coro e la banda del paese. Qualcuno attorno alla bara vide degli Angeli piangere.

Fu visto anche il farmacista Saro Melilli, ex fidanzato di mamma, vestito a lutto stretto, nascosto dietro l’ultima colonna della Chiesa, e … pianse tutto il tempo!

Al ritorno dal cimitero il primo fidanzato di mamma venne all’orfanotrofio e consegnò alla Superiora quattro foto di mia madre, chiedendole di custodirle gelosamente e darle a me e alla mia sorellina se fosse sopravvissuta, quando fossimo più grandicelle.

Ad onor del vero la Superiora me li consegnò il giorno della mia Cresima, avevo nove anni non compiuti, e pur essendo ancora piccola, ero una donnina assennata e le custodii gelosamente. D’allora sono sempre con me; e meno male che l’innamoratissimo farmacista ci diede queste foto, sono le uniche in mio possesso, perché purtroppo dopo il secondo matrimonio di mio padre avvenuto tre mesi dopo la morte di Rosellina, scomparvero tutte le foto di mamma, comprese quelle fatte con me.

Anche le mie foto di bimba piccina, svanirono nel nulla. Qualche mala lingua disse che fummo bruciate vive.

Non so dopo quando tempo tornò papà, forse un'ora o due dal mio arrivo all’orfanotrofio; mi sollevò dalla culla con le sue braccia calde e forti.
"Mamma si è svegliata, si torna a casa" pensai raggiante.

Ancora non sapevo che il suo funerale s‘era concluso da qualche minuto. Mi posò per terra e se ne andò.

Sentii "Dove sono?" chiedevo piangendo.

Una ragazzina dagli occhi spiritati cominciò a gridare: "sei tra i figli dei morti" , "sei tra i figli dei morti", "sei tra i figli dei morti ...”

"Non è vero..., non è vero..., non è vero!"
"Si, sei tra i figli dei morti, tutti qui siamo i figli dei morti" e iniziò una danza macabra:

"figli dei morti, figli dei morti, figli dei morti, ... morti... morti... mortiiii... mortiiiii... mortiiiiiiii........"


L’eco mi feriva l’anima e il cuore.


Mi coprii le orecchie. Mi rifiutai di parlare, bere, mangiare..., il tempo passava e io rimasi rannicchiata nella culla cercando profumi e odori dimenticati.


Finché arrivarono due donne bruttine ed ineleganti, vestivano tutte e due allo stesso modo, mi sembrarono ridicole; una sollevò un indice lunghissimo più lungo di una spada, e mi parve volesse infilzarmi come un galletto: e, “guai a te se ti fai la pipì addosso o bagni il letto … guai, vedrai quello che ti succede” che mi succede?” “che mi succede?”


Ero terrorizzata. "ti tagliano a pezzettini” mi bisbigliò una bimba.


Non bagnavo il letto e non mi facevo la pipì addosso da oltre un anno, mamma un giorno mi aveva regalato un bel vasino tutto rosa e per la pipì di notte e di giorno usavo quello; per la popò, mia madre mi sedeva sul water e mi teneva sotto le ascelle finché non finivo.


Mi spaventai così tanto che le mie funzioni naturali si bloccarono: il primo giorno non feci i miei bisogni: ne’ pipì, ne’ popò, ovviamente se ne accorsero; si avvicinò un cerbero-donna e strattonandomi per un braccio cominciò ad urlare: “ è finito il tempo che Berta filava …!”


Che vuol dire?” chiedevo con gli occhi, troppo spaventata per parlare.


La piccola sapiente che m’aveva illuminata dicendomi che m’avrebbero tagliata a pezzetti, sussurrò mentre mi portavano via “vuol dire che qui non puoi fare quello che vuoi ‘tu’, ma qui si fa sempre quello che ‘loro’ vogliono.”


Ora tu la fai, te lo dico io che la fai” continuava ad urlare la santa vestale; tremavo come un pulcino e di botto mi ritrovai seduta sul gabinetto e il cerbero-donna tirò lo sciacquone.


Non auguro a nessuno il terrore che si impossessò di me: mi tenni forte ai bordi, ero convinta che la monaca volesse liberarsi di me facendomi scivolare con l’acqua nella fogna., e la corrente mi avrebbe trascinata negli inferi.


Oltre lo sciacquone, di colpo per la paura si aprì anche il mio rubinetto, cominciai ad urinare e ne feci almeno un litro!


La lezione mi servì, dopo d’allora andavo da sola in bagno arrampicandomi sul gabinetto, sempre tenendomi ben forte ai bordi per il terrore di scivolarvi dentro.


Invidiavo le monache, alte, segaligne, asettiche: non le vedevo mai andare in bagno, erano sempre perfette e pulite, vere vestali di Dio! credevo fossero delle privilegiate: loro erano esenti dalle brutture e i fetori dei gabinetti: questo era un castigo del cielo riservato ai piccoli per le loro monellerie …!


Non c’era carta igienica e le piccole si pulivano alla carlona, ognuna si arrangiava come poteva; qualcuna usava gli indumenti che indossava e al suo passaggio morivano le mosche.


Ricordo che una fanciulla più grandicella, avrà avuto otto o nove anni, con molto coraggio andava nel ripostiglio e ci riforniva di vecchi giornali che religiosamente tagliavamo a pezzi e ognuna nascondeva il suo bottino da usare nella necessità. Io nascondevo gelosamente i piccoli pezzi di giornale sotto il materassino della culla, cercando di farli durare il più a lungo possibile e trattenendo l’istinto ad andare in bagno per giorni: mi si chiuse lo stomaco e divenni irrimediabilmente stitica!


Il buon medico Costante, amico del nonno col quale condivideva l’amore per la caccia e il vino, e che aveva cresciuto e curato mamma e me, di tanto in tanto veniva all’orfanotrofio. Mi rideva il cuore alla sua vista, mi prendeva in braccio e io giocavo con le sue orecchie rosse lunghe e larghe, con ciuffi di peli che gli uscivano dai fori e i bordi morbidi e pelosi rasati come prato inglese.


Restava pochi minuti e se ne andava.


Un giorno, era passato erano passate circa tre settimane dalla morte di mamma, sembrò particolarmente colpito dal mio aspetto. Mi guardava a lungo, osservandomi con pena.


Si era già accorto del mio vistoso dimagrimento: avevo perso il mio bell’appetito, ero arrivata bimba florida con le guance rosse e le gambette sode, e in meno di un mese m’ero ridotta una vecchina con la pelle penzolante che cadeva ogni due tre passi; così dopo avermi toccata le braccine magre come rami di giovane arbusti e sfiorate le dite sottili come steli di fiori, mi prese in braccio e con gli occhi lucidi disse: "figlia mia, dove t’hanno portata?!”, era una riflessione che fece sottovoce a se stesso, ma io la intesi come domanda e gli sussurrai nel suo grande orecchio: “sono tra i figli dei morti”; fece un balzo e per poco non cascai per terra, il suo viso divenne paonazzo come le sue orecchie.


"chi ti ha detto queste corbellerie? Non è vero!”


"sì, è vero, è vero. Tutti qui siamo figli dei morti!” E con lo sguardo gli accennai le bimbe che strepitavano, cantando il loro macabro ritornello.


Il dottore mi visitò dalla testa ai piedi, facendomi di tanto in tanto qualche domanda; poi scuotendo la testa, mi posò per terra e dopo una carezza andò a parlare con la Superiora.


Mi allontanai piano cercando rifugio nella mia culla, l’unico posto che riconoscevo e che sentivo far parte di me e del mio passato, lì cercavo il profumo della mamma e tentavo di ricordare la nenie e le fole che cullandomi mi cantava; e lì passavo la maggior parte del tempo, con le orecchie e gli occhi sgranati cercando di captare e capire ciò che succedeva intorno a me.


Fortunatamente malgrado la durezza del loro cuore, le Vestali mi lasciarono dormire nella mia culla col materassino di lana e le lenzuoline ricamate dalla mamma. Le altre bimbe dormivano su sacchi riempiti di paglia secca, solo alle più grandicelle veniva concesso il fieno.

 
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