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Die Hard - Un buongiorno per morire

2013-03-14 06:16 by Lozirion (letto 842 volte)
Bruce Willis torna ad indossare i panni di John McClane


Ci sono volte in cui si va al cinema per seguire trame interessanti, storie ricche di risvolti sociali o psicologici, altre volte per emozionarsi con le vicende più o meno strappalacrime dei protagonisti, altre ancora soltanto per farsi una sana risata, e poi c'è "Die hard"...

"Die hard" è cinema d'azione nella sua accezione più semplice e immediata: c'è il buono, ci sono i cattivi, il buono combatte i cattivi e li sconfigge, da solo. Punto. E' quello che spesso viene definito "film ignorante", e va bene così, perchè in fondo Die hard lo si guarda per vedere John McClane, l'Expendable per eccellenza, il poliziotto un po' cazzone che finisce sempre per essere l'uomo sbagliato nel posto sbagliato al momento sbagliato, ad ogni capitolo con sempre meno capelli ma sempre con l'immancabile canotta bianca, la voglia di trovarsi da un'altra parte e soprattutto perennemente incazzato perchè "doveva essere una giornata tranquilla", ed invece si ritrova a disinnescare bombe, boicottare i piani dei cattivi e far esplodere ogni tipo di mezzo di trasporto. Non ci sono altre motivazioni, non ci possono essere perchè non c'è nient'altro in Die hard, non ci sono storie sentimentali trasversali, non ci sono critiche socio-politiche più o meno velate, tutt'al più c'è qualche battuta o atteggiamento particolare del buon McClane (come nel quarto capitolo "Die Hard - Vivere o morire" in cui il nostro eroe ostenta più volte l'insofferenza verso la tecnologia), ma sono dettagli che si perdono tra un caricatore e l'altro.


C'è però un aspetto della saga di Die hard che la rende diversa dalle altre, ed è per questo che il John McClane di Bruce Willis è più amato del Rambo di Stallone, o del Terminator di Schwarzenegger, o ancora dei vari Van Damme, Steven Seagal e compagnia bella. Il valore aggiunto di Die hard è la chiave comica che si percepisce, McClane è integerrimo, questo sì, ma non è un super uomo, non è una macchina da guerra programmata per uccidere come Rambo, nè tantomeno un supercampione di arti marziali come Van Damme, è un poliziotto un po' sfigato che capita sempre nelle situazioni peggiori, non pronuncia frasi epicamente minacciose come "ti farò rimpiangere di essere nato", ma piuttosto dopo una mezza risata dice "Sto venendo a trovarti, preparami un the!", e soprattutto non è indistruttibile e non schiva certamente le pallottole, anzi, si trascina per tutto il film imprecando dal dolore come un dannato e nelle giornate di grazia finisce con tre costole rotte. In questo senso però, già dal quarto capitolo della serie la componente di comicità è andata parecchio scemando, per lasciar spazio a scene pirotecniche al limite delle leggi della fisica ed esplosioni sempre più violente e devastanti, ed il quinto film della saga "Un buongiorno per morire", uscito nelle sale il 14 febbraio, prosegue decisamente su questa strada. 


In questa nuova avventura McClane cerca di far uscire di prigione il figlio Jack, interpretato da Jai Courtney, si troverà di fronte autorità per nulla disponibili al dialogo e scoprirà l'ennesimo piano terroristico tramato ai danni degli States. Per liberare il figlio, stavolta John passa il confine degli Stati Uniti, ovviamente in direzione dell'unico posto che gli americani temono più dell'inferno, ovvero la Russia, e non certo la vera Russia di oggi, bensì quella che gli americani hanno in mente fin dai tempi della guerra fredda, quella in cui si respira il comunismo cattivo ad ogni angolo, in cui gli agenti segreti hanno i tatuaggi del CCCP, la gente è poverissima e in ogni piazza ci sono enormi statue di Lenin.


Una trama già vista, ma è giusto così, perchè non è l'originalità della storia ciò che si va cercando guardando Die Hard, quello che non va è che l'ironia, che da "Trappola di cristallo" a "Duri a morire" è stata una componente fondamentale, diminuisce a favore del moltiplicarsi delle esplosioni spettacolari e delle finestre in frantumi, ma soprattutto, quello che non va è un Jai Courtney che potrebbe competere con Steven Seagal in quanto ad espressività e carisma, perchè se si deve dare un co-protagonista a McClane non si può certo sceglierlo soltanto in base al diametro del collo... Se da una parte però un McClane junior decisamente sbagliato sembra condannare il film fin da subito, dall'altra un Bruce Willis sempre in forma ed il suo McClane senior non hanno bisogno di una spalla e salvano la pellicola dimostrandosi ancora una volta una sicurezza, con le immancabili battute pronte, il doveroso "Hippy ya ye" e quel lamento continuo che dice "Cazzo, io sono in vacanza!!", pochi elementi, che però divertono e fanno assaporare il vero Die Hard. Insomma, di McClane ce n'è uno, tutti gli altri son nessuno....


 
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