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12 ANNI SCHIAVO - RECENSIONE

2014-02-23 22:21 by elfa (letto 576 volte)
Nel 1853 Solomon Northup raccontava la sua storia in un libro. Da violinista, padre e marito amorevole qual'era.....

Nel 1853 Solomon Northup raccontava la sua storia in un libro. Da violinista, padre e marito amorevole qual era, fu rapito e venduto come schiavo in Louisiana; passò da un padrone all'altro, fino all'incontro con un uomo che, dopo dodici anni, gli restituì la libertà. Nel 2013 Steve McQueen decide di far conoscere questa storia al mondo e lo fa in modo brutale, scuotendo le nostre coscienze, mettendoci di fronte al dolore, al sangue che schizza, alla pelle lacerata dalla frusta. A noi spettatori non resta che guardare senza distogliere lo sguardo, perché guardare è un dovere morale verso le storie di uomini e donne a cui è stata negata la vita. 12 anni schiavo è un film necessario a sottrarre dall'oblio una delle pagine più buie dell'umanità: la realtà di uomini feroci, autorizzati dalla legge a dare sfogo alle loro passioni perverse, una realtà che sembra collocarsi in un tempo e un luogo troppo lontani per essere veri, ma una semplice riflessione sul fatto che appena trent'anni fa lo schiavismo fosse ancora legale in alcune nazioni, fa sì che quest'impressione venga smentita. La storia di Solomon (Chiwetel Ejiofor) ha un surplus di tragicità a causa del fatto che egli non nasce schiavo, ma lo diventa a trent'anni, dopo aver assaporato la libertà a pieni polmoni ed essersi costruito una famiglia. Questa circostanza gli conferisce una diversità rispetto agli altri schiavi che, se dal suo primo padrone (interpretato da Benedict Cumberbatch) viene ammirata, da tutti gli altri (in particolare i cattivissimi Paul Dano e Michael Fassbender) è vista come un'isolenza da punire, per cui Solomon impara ben presto che per sopravvivere deve rinnegare se stesso, fingendosi qualcun altro. Steve McQueen, oltre a porci in modo violento di fronte all'insensato sadismo dell'essere umano e a mostrarci senza filtri la violenza a cui Solomon e i suoi compagni sono sottoposti, ci racconta anche la lentezza del supplizio attraverso i moltissimi tempi morti del film. C'è una scena in particolare in cui Solomon è appeso a un cappio e i piedi sfiorano appena la terra: il regista ci lascia lì, per dei minuti che hanno la consistenza delle ore, a fissare un uomo e la sua sofferenza così reale, fatta di tremori, sudore e lacrime, mentre il resto del mondo gli scorre attorno indifferente. Viene da chiedersi, se oggi la legge lo permettesse, se ci trovassimo anche noi in un mondo che non ci desse gli strumenti per considerare gli uomini come Solomon dei nostri pari, ma tutto fosse affidato alla sola nostra capacità di discernere il bene dal male, cosa prevarrebbe? Riusciremmo a trovare in noi la compassione necessaria o la bestialità presente in ognuno avrebbe la meglio?


a cura di Francesca Cantore

si ringrazia per la collaborazione

il portale Cinema4stelle.it


 
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